“Ah, la morte, la morte!” – i Diavoli di Tufara

“Sono cosciente dei miei limiti, abbasso la maschera e sono svaniti…la mia anima prende il sopravvento. Tutto ciò che mi circonda diventa astratto, non sento la fatica sono l’uomo capra, oggi sono IL DIAVOLO”.Siamo a Tufara, un paesino in provincia di Campobasso arroccato su di una collina, lungo il fiume Fortore. Qui il carnevale inizia il mezzogiorno del 17 gennaio quando la campana del campanile scandisce i suoi rintocchi. L’ atmosfera del paese, da quel momento, diventa più allegra e frizzante … fino a trasformarsi in attesa. Il Diavolo sta per arrivare.

“Ah, la morte, la morte!”. Due falci in aria, i volti pallidi, gli abiti bianchi. La morte guarda in faccia la gente con occhi ammonitori. Poi rumore di zoccoli, il tridente minaccioso retto da un diavolo che si dimena; tre monaci lo seguono, lo trattengono con pesanti catene. Tutti insieme si dirigono in piazza per il processo.

Figura centrale del Carnevale di Tufara è il Diavolo, nel giorno del martedì grasso. Si tratta di una figura zoomorfa dalle origini molto antiche, vestita con sette pelli di capra e una maschera nera di cuoio.

Il Diavolo di Tufara è il legame con il passato greco, rappresenta infatti la passione e la morte di Dionisio, il giovane figlio di Zeus, divinità della vegetazione e successivamente del vino, dell’ estasi e della liberazione, un dio che rappresenta, in pratica, la parte selvaggia dell’ uomo. Celebrato nelle civiltà agresti, veniva spesso rappresentato con piccole corna o con le fattezze di un toro. Ed ecco che il figlio di Zeus, nato da una sua coscia, diviene il Diavolo.

La cristianizzazione dei popoli ha trasformato il culto per Dionisio, il rito della celebrazione della sua passione, di quella divinità che ogni anno moriva e risorgeva dalla sua vegetazione, in una semplice maschera carnascialesca che, nonostante tutto, non abbandona i suoi tratti contadini.

Anche gli altri figuri mantengono comunque un loro significato. La morte, totalmente bianca, è la purificazione che avviene attraverso di essa: il seme morirà nella sua forma e, purificandosi, in primavera rivivrà come raccolto; le falci, rette dai figuranti, sono la memoria della vita contadina, sono l’ attrezzo con cui avverrà il raccolto. Occorre ricordare, infatti, che Dionisio veniva rappresentato accompagnato da satiri in processione, con sacerdotesse –le baccanti- in preda a frenesie.

Ma la caratteristica fondamentale della pantomima di Tufara risiede nel fatto che il Diavolo, nell’ occasione del martedì grasso, è la figura a cui fare affidamento. Il processo verso cui è condotto dalla Morte e dai Monaci- Folletti non è per lui, ma per il Carnevale. In riferimento ancora alla mitologia greca Dionisio, dio della vegetazione, era la forza che portava vigore alle piante; era dunque una divinità benefica da cui dipendeva il raccolto, ovvero l’ economia delle varie famiglie. Ma la forma rigogliosa della natura d’ inverno scompare ed ecco che Dioniso veniva percepito come sofferente e perseguitato. Se Dionisio, dunque, è il Diavolo di Tufara, questi non può essere il male. Serve un capro-espiatorio, qualcuno da accusare! Il Carnevale diviene un fantoccio dalle fattezze umane che, al cospetto di una Giuria sarà condannato senza possibilità di appello. Il pubblico , ascoltato dai giurati, si esprimerà sulle malefatte da attribuire al Carnevale. Ma la stessa comunità si laverà le mani per questa sorte al mal capitato e affiderà l’ esecuzione della condanna al male per eccellenza che però, il martedì grasso, diviene figura da salvare. La gente sceglie di liberarsi dai divieti, dalle imposizioni, da qualunque condizionamento, snobba la propria cultura cattolica e protegge il proprio istinto selvaggio affidandosi al Diavolo. La maschera prenderà il Carnevale e avvicinandosi ad un dirupo, lo getterà nel fondo del precipizio.

Ecco che la storia dell’ uomo, nella lotta continua nella scelta tra il bene e il male, si concretizza oggi. E in modo paradossale. Il carnevale, rito beneaugurante, allontana l’ influenza maligna, ma a Tufara lo si fa affidandosi proprio al male per eccellenza: il Diavolo. Ma si sa, le goliardie carnascialesche sono proprio la rappresentazione della debolezza umana. Un rito davvero suggestivo quello di Tufara, dove a prevalere è la magia e l’ impatto simbolico della maschera; si tratta di uno straordinario richiamo per gli amanti delle tradizioni, del folklore e di quei riti atropopaici che hanno accompagnato la storia dell’uomo e delle popolazioni più legate alla cultura del tramando.

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