Un deputato in Pontelandolfo distrutta

ponte

1 novembre 1861

… Nel turbinio degli avvenimenti le nuove si ingrandiscono, le morti si moltiplicano nelle immaginazioni del volgo, il terrore prende mille forme, il silenzio paralizza la lingua del cittadino che, reclamando, teme di essere sospetto, e la confusione giunge a tal punto che io a Napoli non poteva sapere come Pontelandolfo, una città di 5000 abitanti, fosse stata trattata.
Io ho dovuto intraprendere un viaggio per verificare un fatto cogli occhi miei.
Ma io non potrò mai esprimere i sentimenti che mi agitarono in presenza di quella città incendiata.
Mi avanzo con pochi amici, e non vedo alcuno; pochi paesani ci guardano incerti; sopravviene il sindaco; prendiamo qualche abitante incatenato alla sua casa rovinata dall’amore della terra, e ci inoltriamo in mezzo a vie abbandonate.
A destra, a sinistra, le mua erano vuote e annerite, si era dato il fuoco ai mobili ammucchiati nelle stanze terrene e la fiamma aveva divorato il tetto; dalle finestre vedevasi il cielo. Qua e là incontravansi un mucchio di sassi crollati; poi mi fu vietato il progredire; gli edifici puntellati minacciavano di cadere ad ogni istante. Ricevetti ospitalità in una delle tre case risparmiate per ordine superiore; ma in faccia sorgeva la casa o quasi il palazzo Gogliotti incendiato, rovinato. Tutto un museo di abiti e di medaglie antiche era scomparso nelle fiamme, tutte le gioie erano perdute nelle macerie.
Chi può dire i dolori di quella città! E quando volli vedere più addentro lo spettacolo celato delle afflizioni domestiche, mi trassero dinanzi il signor Rinaldi, e fui atterrito. Pallido era, alto e distino nella persona, nobile il volto; ma gli occhi semispenti lo rivelavano colpito da calamità superiore ad ogni umana consolazione. Appena osai mormorare che non così si intendeva da noi la libertà italiana.
Nulla io chiedo, disse egli, ed ammutimmo tutti. Aveva due figli, l’uno avvocato, l’altro negoziante, ed entrambi avevano vagheggiato da lontano la libertà del Piemonte, ed all’udire che approssimavansi i piemontesi, che così chiamasi nel paese la truppa italiana, correvano ad incontrarli. Mentre la truppa procede militarmente, i saccomanni la seguono, la straripano, l’oltrepassano, e i due Rinaldi sono presi, forzati a riscattarsi, dopo tolto il danaro, condannati ad istantanea fucilazione. L’uno di essi cade morto; l’altro viveva ancora con nove palle nel corpo; e un capitano gittavasi a ginocchio dinanzi ai fucilatori per implorare pietà; ma il Dio della guerra non ascoltava le parole umane e l’infelice periva sotto il decimo colpo tirato alla baionetta. Rinaldi possedeva due case, e l’una di esse spariva fra le fiamme, e appena gli uffiziali potevano spegnere l’incendio che divorava l’altra casa. Rinaldi possedeva altre ricchezze, e gli erano rapite; aveva altro… e qui devo tacermi, come tacevano davanti a lui tutti i suoi conterranei.

Quante scene d’orrore! Qui due vecchie periscono nell’incendio; là alcuni sono fucilati, giustamente, se volete, ma sono fucilati; gli orecchini sono strappati alle donne; i saccomanni frugano ogni angolo; il generale, l’uffiziale non possono essere dappertutto: si è in mezzo alle fiamme, si sente la voce terribile: piastre! Piastre! e da lontano si vede l’incendio di Casalduni, come se l’orizzonte dell’esterminazione non dovesse avere limite alcuno.

«Mai non dimenticherò il 14 agosto», mi diceva un garibaldino di Pontelandolfo. Sul limitare di una delle tre case eccettuate dall’incendio, egli gridava ai villici di accorrere, li nascondeva nelle cantine, e mentre si affannava per sottrarre i conterranei alla morte, vacillante, insanguinata, una fanciulla si trascinava da lui, fucilata nella spalla, perché aveva voluto salvare l’onore, e quando si vedeva sicura, cadeva per terra e vi rimaneva per sempre.
Intendo la vostra voce, l’inesorabile voce di tutti i burocrati italiani, non si poteva fare diversamente…
Ma il sacrificio di Pontelandolfo ha forse distrutto i briganti? Il 1° novembre io non potei avviarmi a quella volta senza ricevere molti consigli di prudenza ed anzi un vero biasimo sul mio progetto. Quando giunsi a Maddaloni, e mi presentai al Comandante per chiedergli due o tre uomini, per avere un’apparenza di difesa, mi rispose: non potermi dar meno di venti uomini, se no i briganti ci fucilerebbero; gli ordini di Napoli erano ben precisi. Ben presto congedai tanta scorta; ma quando a sera; di ritorno da Pontelandolfo, scherzava con gli amici sui nostri innocui revolvers, il vetturino ci disse sorridendo: ecco gli amici, e vedemmo il fuoco dei briganti che si ristoravano nella grotta di Santa Maria, d’onde erano visti da tutto il paese in giro a tre leghe di distanza, e dove nessuno pensava alla possibilità di assalirli.
Dopo questo fatto, o signori, io non vi parlerò di nessun altro, né di Cotronei, né di Gioia, né di nessun’altra città, poiché io troppo rispetto il vostro dolore, e troppo ne sono io partecipe…

Dal discorso dell’on. Giuseppe Ferrari nella seduta parlamentare alla Camera del 2 dicembre 1861

QUADERNI DEL SUD QUADERNI CALABRESI
gennaio/marzo 2011 – 110/111
inserti n. 25 – Documento n. 5

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