Tammorre, triccheballacche, scetavajasse, nacchere e putipù

La musica napoletana è nota in tutto il mondo. I classici della nostra canzone sono stati interpretati dai più grandi tenori e cantanti di ogni nazionalità. ‘O sole mio è, forse, la canzone più famosa al mondo. L’hanno eseguita tutti i cantanti, in tutte le lingue, da quelli lirici a quelli blues. Ci sono paesi come la Corea del Sud o il Giappone, in cui i tenori si formano in corsi di musica napoletana e dove interi concerti vengono eseguiti in lingua napoletana.

Indissolubile è il legame tra le nostre più note liriche ed il suono di strumenti ideati appositamente per accompagnare la voce dei cantanti e la musicalità della lingua napoletana. Ci riferiamo, in particolare al mandolino, strumento antichissimo e virtuoso.

Tuttavia, anche la musica popolare può vantare l’utilizzo di strumenti particolarissimi, ideati appositamente per accompagnare le ballate da strada come la tammurriata.

Lo strumento più utilizzato per accompagnare le canzoni da tammurriata è, per l’appunto, la tammorra.

La Tammorra è un tipico strumento a percussione. Ha un’ampiezza variabile e la cornice è fatta di legno mentre la membrana è fatta di pelle di animale, generalmente si usa la pelle di capra o di pecora. La membrana una volta essiccata, viene apposta sul telaio circolare che, almeno in origine, veniva ricavato dai setacci per la farina. Intorno alla circonferenza della tammorra sono ricavati dei tagli nei quali vengono inseriti dei dischetti di metallo chiamati ciceri. I dischetti vengono  anch’essi ricavati da materiali da riciclo, solitamente dai barattoli di latta delle conserve. Il loro diametro varia in base alla dimensione del telaio ed il loro suono accompagna quello emesso dalla membrana durante la percussione. Il modo in cui la tammorra viene suonata, la posizione da assumere, l’utilizzo della mano destra o della sinistra per la percussione, hanno tutta una propria ritualità.

Altro strumento veramente originale è Il Triccheballacche,  chiamato anche Tric-ballac o Triaccabalacca. Esso è formato da tre martelli in legno che vengono fissati tra loro da due telai che hanno la duplice funzione di tenere assieme i pezzi dello strumento e di permettere agli stessi di essere aperti o chiusi scorrendo lungo una guida. La distanza DSCN0166alla massima apertura tra i martelli deve essere tale da consentire la percussione dei due esterni contro quello centrale. L’aggiunta di ciceri di latta come nella tammorra e di sonagli determina, assieme alla percussione dei martelli, il tipico suono.

Lo Scetavajasse è tutto un programma, già nel nome. Il nome di questo strumento deriva dalla fusione di due termini “sceta” che significa sveglia e “vajasse” che vuol dire serve o domestiche, termine, a sua volta, di derivazione araba. Lo scetavajasse è, tra tutti, lo strumento più semplice. E’ formato da due aste di legno, due bastoncini, il primo è liscio mentre il secondo è seghettato. Uno o entrambi i bastoncini sono decorati con i ciceri e con i sonagli. Quello liscio viene tenuto con la mano sinistra e appoggiato sulla spalla con un’estremità. L’altro bastoncino, quello dentellato, viene sfregato sul primo come si fa con l’arco sulle corde di violino e, questo movimento produce il classico suono.

Il Putipù detto anche caccavella è un tamburo a frizione. E’ ricavato anch’esso con materiali di riciclo, solitamente un barattolo di latta o di legno, in alcuni casi in terracotta. Sul contenitore che funge da cassa armonica viene apposta la pelle essiccata di capra o di pecora come nel caso della tammorra. In questo caso, però, la membrana è forata al centro. Nel buco viene inserita un’asticella o una canna di bambù. Lo scorrimento dell’asticella e la frizione provocano il suono tipico da cui deriva il nome dello strumento che è, appunto, onomatopeico. Lo strumento viene usato nelle feste di piazza e anche nei matrimonio con gestualità allusiva.

Durante le tammurriate, il suono delle nacchere si unisce a quello delle tammorre. Questi piccoli strumenti in legno hanno origine in Spagna, ove il loro suono accompagna i passi di flamenco. A Napoli, le nacchere hanno assunto una forma propria, sono, infatti, più piccole rispetto a quelle spagnole. Sono composte da 2 pezzi di legno che hanno forma circolare nella parte inferiore e rettangolare in quella superiore ove vengono praticati i fori per inserire i laccetti con cui vengono sostenute tra le dita e percosse.  Le nacchere seguono anch’esse una propria ritualità e si distinguono in maschio e femmina. La prima è più piccola ed è tenuta con la mano destra, la seconda è più grande ed è tenuta con la sinistra e funge da basso.

Tammorre, triccheballacche, scetavajasse e nacchere hanno la particolarità di essere adoperabili non solo dai virtuosi delle percussioni ma, per la loro semplicità di  utilizzo, anche dalle persone comuni per puro diletto, inoltre, data la elementarità della loro forma, la povertà dei materiali utilizzati nella loro fabbricazione ed il loro basso costo, risultano essere strumenti accessibili a tutti che hanno reso la musica veramente popolare, oltre che perfettamente ecosostenibili.

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