“Pupi siamo caro Fifì, lo spirito santo entra in noi e si fa pupo”

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Nun sugnu pazzu, vi lu pozzu jurari.
Chistu ni l’ aricchia mi ntisi susurrari.
E jù ca ci vivu tuttu lu jornu ‘nsemi, comu lu pozzu nun ascutari?
E allura ‘n novu ripirtorio mi misi a priparari.
E quannu restu sulu cu lu me’ pupu lu sentu murmurari.
“Figghiu me’, di lu me’ travagghiu, chi tinni pari?
Ci misi passiuni e sentimentu …” 

Non sono burattini animati dal basso, non sono marionette manovrate dall’ alto con dei fili, ma sono i Pupi siciliani, vere opere d’ arte dotate di armature finemente lavorate da laboriosi artigiani e manovrate attraverso due asticelle metalliche.

Il teatro delle marionette in generale, si affermò in tutta l’ Italia Meridionale, ma la particolarità del tipo  siciliano crea un genere a sé, sia per la meccanica di manovra che per il repertorio costituito quasi esclusivamente da narrazioni cavalleresche del ciclo carolingio. In Sicilia ha assunto poi l’ aspetto particolare di esaltazione della rivolta del povero e di comportamenti spavaldi in difesa dell’ onore. Già proclamato nel 2001 Patrimonio Orale e Immateriale dell’Umanità, venne inserito nella lista UNESCO solo nel 2008.  È stato il primo Patrimonio italiano a esser inserito in tale lista.

L’ origine del teatro dei Pupi (dal latino pupus, bambinello) è molto controversa. Secondo alcuni studiosi, la maestria dei pupari deriva dalle abilità di alcuni maestri siracusani già attivi all’ epoca di Socrate e Senofonte; l’ etnografo Giuseppe Pitré invece stabilisce la nascita dell’ Opera dei Pupi nella prima metà dell’ Ottocento, ma la fa derivare comunque dallo sviluppo di questa forma teatrale avvenuto già nel XVI secolo. Le marionette del ‘700 si ispirano nella foggia e nelle armature ai cavalieri dei poemi cinquecenteschi. Nell’ ‘800 si registra un mutamento nella tecnica di lavorazione dei pupi: le armature non saranno più in carta, ma in metallo; non saranno manovrate da fili, ma da aste in ferro che daranno alle marionette la capacità di svolgere movimenti più precisi e decisi.

L’Opera dei Pupi siciliani ha due derivazioni principali: quella del racconto orale che i cantastorie facevano nelle piazze e quella gestuale della danza con le spade, rappresentazione di un combattimento. Nell’ Ottocento ritornano alla memoria le gesta cantate di Carlo Magno, de la Chanson de Roland. Dai cantàri medievali nelle piazze si trasferirono, però, a teatro. Il “cuntista”, il narratore del ciclo carolingio e delle epopee cavalleresche è stato il canale principale verso la rappresentazione teatrale dei Pupi. Il puparo, infatti, ha appreso da questi la tecnica di interrompere il racconto in momenti cruciali, suddividendo le storie in puntate. Intorno al teatro dei Pupi ruotavano una serie di figure davvero professionali: pittori, cesellatori, sarti, scultori, artigiani. Le tecniche diventano sempre più precise e ognuno aggiungerà un dettaglio in più al pupo, le armature sempre più costose e cesellate, i costumi sempre più accurati, così come le pitture. Tutti questi artisti, insieme, creano un’ opera d’ arte unica.

In Sicilia le tradizioni dell’ Opera dei Pupi si distinguono in due stili differenti, quello Palermitano affermato nella “capitale” e nella zona occidentale dell’ isola, e quello Catanese sviluppato in città e tra la Sicilia orientale e la Calabria. I pupi palermitani non superano mai  gli 80 cm di altezza ed i 5 kg di peso,  possono articolare le ginocchia, sguainare e riporre la spada nel fodero, sono manovrati da animatori posizionati dietro le quinte poste ai lati del palcoscenico, con i piedi poggiati sullo stesso piano di calpestio dei pupi. A Palermo l’Opra rimase uno spettacolo più elementare e stilizzato. I pupi catanesi arrivano fino a un metro e trenta di altezza e possono raggiungere un peso di 35 kg, hanno le gambe rigide, senza snodo al ginocchio, e, se sono guerrieri, hanno quasi sempre la spada impugnata nella mano destra, sono animati dall’alto di un ponte posto dietro ‘u scannappoggiu, la scenografia; i manianti, cioè gli animatori, reggono i pupi poggiando i piedi su una spessa tavola di legno sospesa a circa un metro da terra. La recitazione era sentimentale, drammatica e tendente al realismo, tant’ è che, a differenza del teatro palermitano, le voci parlanti femminili erano doppiate da donne e non in falsetto dal puparo. La vocazione al tragico dell’ opera catanese comportò, oltre al repertorio carolingio, uno nuovo ciclo di storie cavalleresche inventate tra ‘800 e ‘900.

Una prima crisi dell’ Opera dei Pupi si ebbe con il cinema, negli anni ’30, successivamente negli anni ’50 con l’ avvento della televisione, ma non solo. Le innovazioni del nuovo secolo fecero sembrare quella dei Pupi, una tradizione obsoleta dalle origini troppo umili dalle quali ci si vuole discostare.

Se quest’ arte non è finita lo si deve ai fratelli Napoli di Catania e ai Cuticchio di Palermo, eredi e continuatori di una preziosa tradizione artistica fatta di suoni, movimenti, parole e gesta che ricordano una Sicilia antica che non avrebbe meritato di finire nell’ oblio. Con i Pupi si può spiegare la realtà, comprendere il gran teatro del mondo, si può per un po’ ribaltare la realtà, invertire un finale altrimenti già scritto e ottenere libertà … “Pupi siamo caro Fifi, lo spirito santo entra in noi e si fa pupo”.

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Una risposta

  1. laura ha detto:

    meraviglia. Ho visto il museo dei Pupi e delle marionette di Palermo.

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