“Non c’è posto migliore della Basilicata per ricominciare da noi!” – L’aglianico Mastrodomenico da Barile, nel Vulture, alla Cina

Giuseppe Mastrodomenico nella vigna di famiglia

Giuseppe Mastrodomenico nella vigna di famiglia

Per i Mastrodomenico il vino è da sempre una grande passione e come in uso in tante famiglie del sud, viene prodotto in piccole quantità nella cantina di casa per il fabbisogno famigliare e sempre come da tradizione, alcune bottiglie vengono riservate per farne regali ad amici e parenti in occasione delle festività. Di generazione in generazione, il vino resta l’hobby di famiglia, per quanto curato con grande criterio. D’altra parte, i Mastrodomenico sono tutti dediti ad altri mestieri che svolgono con passione e successo; il padre Donato è uno stimato insegnante di Estimo e Tecnologie rurali, la mamma Dina, anche lei docente è molto amata dai suoi alunni, Giuseppe il primogenito ha scelto la laurea in ingegneria ed Emanuela ha intrapreso gli studi di giurisprudenza. Il richiamo della terra e del vigneto, tuttavia, è molto forte e accompagna Giuseppe anche durante la specializzazione a Göteborg in Svezia e nel lavoro in giro per il mondo per Motorola. Lo accompagna, persino, a Chicago dove Giuseppe intraprende una promettente carriera in una grande multinazionale. Più Giuseppe mette chilometri tra sé e la Lucania più il filo che lo tiene legato alla sua terra diviene forte e non si riesce di reciderlo. “Amavo il mio vecchio lavoro. Più che altro desideravo qualcosa di mio, essere padrone del mio destino, svincolato da orari e date fisse. E poi avevo in testa la mia amata terra. Ho sempre avvertito il bisogno di fare qualcosa per me, di andare oltre lo stereotipo del lucano che abbandona la sua terra.” Così Giuseppe racconta e, allora, lascia gli USA e torna a Barile, il paesino alle pendici del monte Vulture ove ritrova i vigneti di famiglia e si dedica alla cura delle uve da aglianico. Nel progetto coinvolge tutta la famiglia e nel 2004 immette sul mercato il primo Aglianico del Vulture targato Mastrodomenico, appena 1000 bottiglie, vendute in un paio di mesi. Grazie a passione, impegno e qualità, le quantità aumentano ad ogni vendemmia: 2000, poi 5000, fino ad arrivare alle 30.000 di quest’anno. Il trend si conferma positivo, sulla base di una crescita lenta e costante che viene portata avanti nel rispetto delle tradizioni e dell’ambiente.
Il 90% del fatturato dell’azienda è dato dalle esportazioni che vengono realizzate grazie alla vendita on-line. Il principale importatore è la Cina, seguita dal Giappone e infine, dagli Stati Uniti.
L’azienda che Giuseppe mette in piedi è sì dedita ad un mestiere antichissimo, quello del viticoltore ma, viene gestita con l’ausilio delle più moderne tecnologie. Attraverso un semplice click l’impresa è in grado di comunicare con immediatezza con i clienti a mandare loro notizie dettagliate sulla qualità dell’annata, perché in un’epoca come la nostra la velocità e l’efficienza sono essenziali. Ma Giuseppe ha saputo fare di più, sfruttando le sue competenze in combinazione con le sue passioni, ha sviluppato, infatti, un progetto per la tracciabilità del vino che ha ricevuto anche sovvenzioni dall’UE.
Il progetto ha costi di realizzazione molto bassi e dal punto di vista funzionale è piuttosto semplice. L’idea è nata da un bando emesso dalla Comunità Europea nel 2009 per promuovere l’utilizzo delle tecnologie a radiofrequenza al fine di tracciare l’intera filiera di produzione e commercializzazione dei prodotti agro-alimentari. I Mastrodomenico hanno aderito con entusiasmo all’iniziativa assieme ad un’altra sola azienda vinicola in Europa, la Vitivinicola del Ribeiro in Spagna. Dal punto di vista tecnico il supporto al progetto è stato fornito dall’Università del Salento. Nel dettaglio, il progetto di tracciabilità consente agli agronomi ed enologi di conoscere in tempo reale la situazione pedoclimatica dei vigneti e gestire i trattamenti, l’imbottigliamento, lo stoccaggio e le spedizioni ai distributori. L’intenditore di vini potrà poi avere informazioni sul percorso del vino dalla collina al ristorante o al negozio. Nell’azienda su ogni filare è stato inserito un sistema di wireless-sensor-network per monitorare diversi aspetti della gestione del campo: temperatura dell’aria e del suolo, vento, umidità, irraggiamento, bagnatura delle foglie. L’aspetto più innovativo è rappresentato dal poter presentare queste informazioni anche al consumatore che a partire dal codice della bottiglia potrà vedere addirittura come è stato il clima nell’annata di produzione e tante altre notizie.
Il successo di questo progetto imprenditoriale nasce dalla combinazione di tre elementi: tradizione, innovazione e amore per il territorio. Giuseppe dichiara che il suo più grande orgoglio è quello di aver fatto conoscere il suo piccolissimo paese, Barile, in tutto il mondo e di aver attirato l’attenzione sulla Basilicata, una terra piena di potenzialità spesso inespresse.
Alla domanda sulle sue aspettative per il futuro risponde: “Poi, chissà. Bisogna scendere a patti con l’incertezza. Se siamo costretti a essere precari alle dipendenze altrui, tanto vale esserlo investendo su noi stessi. E, vi assicuro, non c’è posto migliore della Basilicata per ricominciare da noi!”

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