“Lui ha quindici anni, cognome Saldutto, terrone immigrato: Torino lo boccia e lui s’è impiccato”

Ciriaco Saldutto era figlio di una famiglia pugliese emigrata a Torino, suo padre faceva il muratore. Era il 1972 e Torino era la città della Fiat e delle fabbriche dell’indotto ed era ancora protagonista del “miracolo economico italiano”. Ciriaco viveva da due anni in una casa cadente del centro storico, aveva quindici anni ma frequentava ancora la seconda media e si impiccò per una bocciatura. La sua storia sconvolse la città e la costrinse a mostrarsi nuda dinanzi alle sue responsabilità. La stampa ne scrisse diffusamente, la società civile di Torino “si costernò, s’indignò, s’impegnò poi gettò la spugna con gran dignità”. Per la “sinistra settentrionale”, Ciriaco divenne il simbolo della repressione del padrone. Il giornale della famiglia Agnelli, La Stampa, gli dedicò tre articoli attribuendo la tragedia all’urto con “la città tentacolare” e con  quei “tram che Ciriaco, abituato a pascolare le pecore, non aveva mai visto”. Una delle insegnanti disse di lui: “Mi sembrava di avere davanti un oggetto, una pianta… non so dire se fosse intelligente”. Il cantautore Ivan Della Mea gli dedicò una canzone, la Ballata per Ciriaco Saldutto, nella quale la morte del ragazzo viene descritta come un delitto in cui il fucile è la cultura della borghesia ed il campo di guerra è la scuola dove gli alunni, in specie quelli meridionali, vengono sconfitti sul campo dell’omologazione.

La tua cultura e del tuo paese,

sia chiaro, “terrone”, va buttata via;

la scuola ti dà un’altra cultura,

quella dei padroni, della borghesia

E tu puoi scordare l’azzurro del cielo

di Puglia e il dialetto della tua terra:

tuo cielo è la FIAT, tua terra è Torino,

la scuola, Saldutto, è il campo di guerra

La scuola diviene proprio questo per Ciriaco, un campo di guerra ove lui avrebbe dovuto diventare “uguale” ai bravi scolari torinesi, così come i vari Gennaro e Rocco sarebbero divenuti “uguali” ai vari Ambrogio e Massimo una volta indossata in fabbrica una nuova e fiammante tuta blu.

In realtà, l’uguaglianza fu sempre e solo formale almeno per quelle prime generazioni che vissero il dramma dell’emigrazione interregionale e si scontrarono con i cartelli “Non si fitta ai meridionali” metafora di un città che rispondeva con fastidio ed incomprensione a quella che riteneva un’invasione. È stato calcolato che nel periodo tra il 1955 e il 1971, quasi 9.150.000 meridionali siano stati coinvolti nelle  migrazioni verso nord. Spesso si sottolinea il sacrificio fatto dagli adulti che dalle campagne e dai piccoli paesi del sud subirono lo sradicamento, abbandonarono i focolari domestici, le proprie tradizioni, usi, costumi e sopportarono la difficoltà e il disagio dello scontro con una nuove realtà assieme alla nostalgia per la terra d’origine. Si dimentica, tuttavia,  che il disagio nel caso dei bambini fu ancora più grande e ancora più doloroso. I bambini giungevano nella nuova città in tutti i mesi dell’anno e si iscrivevano a scuola anche ad anno scolastico inoltrato e, anche se avevano frequentato la scuola regolarmente nel paese d’origine, venivano spesso retrocessi di una o due classi. Le loro difficoltà erano accentuate dal fatto che quasi sempre parlavano il proprio dialetto e la propria lingua e questo gli impediva di rapportarsi con immediatezza ai compagni ed agli insegnanti. Il sistema scolastico non sempre era in grado di comprendere il disagio e questa carenza, nel caso di Ciriaco, trasformò il malessere in dramma.  Il giornale “Lotta Continua” riportò il commento della professoressa di lettere con cui Ciriaco pur si confidava. La maestra raccontò: “Giorni fa ho chiesto agli alunni cosa si aspettavano dagli scrutini. Saldutto piangeva in silenzio, allora gli ho spiegato che se avesse rifatto la seconda avrebbe potuto colmare le lacune. Mi pareva che si fosse convinto ». Invece, Ciriaco non era riuscito a convincersi, non era riuscito a “scordare l’azzurro del cielo di Puglia e il dialetto della tua terra” e portare da solo ilpeso di tutto quel dolore era divenuto intollerabile.

Nel 1974, due anni dopo la morte di Ciriaco, alcuni studiosi di psicologia e pedagogia dell’Università di Milano e di Pavia scrissero il saggio “Classe sociale, intelligenza e personalità” in cui si analizza l’insuccesso scolastico non come problema personale ma sociale. Il saggio diviene una condanna del sistema scolastico italiano analizzato attraverso la lente d’ingrandimento della città di Milano e della sua periferia. Il libro viene dedicato alla memoria di Ciriaco Saldutto perché la frase della sua insegnante  “Mi sembrava di avere davanti un oggetto, una pianta… non so dire se fosse intelligente” fosse per sempre una immensa e vergognosa macchia impressa nella memoria collettiva di tutti gli educatori.

La splendida e commovente “Ballata per Ciriaco Saldutto” di Ivan Della Mea https://www.youtube.com/watch?v=zWPft0k81j0

Francesca Di Pascalefoto2

 

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3 Risposte

  1. nicola lo Duca ha detto:

    Questa è la cultura arrogante dei vincitori.Ossia il disprezzo arrogante verso il vinto ,verso il debole .la bassezza priva di umanità e di lealtà intellettuale e aggiungo ,priva di dignità. Forare loro rimuovono ,non inconsciamente il loro lato oscuro ,quello di essere nelle nostre condizioni,rispetto al loro nord.

  2. maria gabriella ha detto:

    Lettere ad una professoressa di Don Milani affronta proprio il problema della scuola che voleva omologare piuttosto che far emergere le personalità. Era la scuola dei borghesi che perpetua a un modello di società classista mai vicina agli …ultimi. La prof. Che definì questo ragazzo ..un essere inanimato ,ha capito quanto dolore ha procurato la sua scuola a questO giovane ANIMO.

  3. paolo ha detto:

    Le prove INVALSI…. Ecco il nuovo strumento di omologazione e di vittoria di una ” cultura” dominante sulle altre culture.. E gli insegnanti… Laureati ma Asini in storia e sociologia e in didattica e filosofia Don Milanesca… Non si ribellano.

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