L’incendio della fabbrica Triangle, a New York, una tragedia dell’emigrazione e del lavoro in cui perirono 146 persone, per lo più immigrate meridionali

Mancavano 15 minuti, solo 15, alla fine della giornata lavorativa, quel tragico 25 marzo 1911. Le fiamme avvolsero gli ultimi piani dell’edificio che ospitava la Triangle Waist Factory di New York City. Nel giro di 18 minuti, 146 persone morirono uccise dal fuoco.

Corpi sul selciato

Corpi sul selciato

La Triangle Waist Company produceva indumenti, nel cuore di Manhattan. Aveva assunto molte giovani dipendenti, per lo più immigrate e versava loro bassi salari costringendole a ore e ore di lavoro massacrante in ambienti insalubri e pericolosi.In prossimità dell’orario di chiusura, un violento incendio scoppiò ai piani alti del palazzo che ospitava la fabbrica. In pochi minuti, il tranquillo pomeriggio di primavera si trasformò in un inferno, interrompendo per sempre la vita di tante giovanissime. Quando il fuoco fu domato, 146 dei 500 dipendenti erano morti. I sopravvissuti, le famiglie delle vittime, i passanti che assistettero

Triangle Fire Disaster, illustrazione di Matt Mahurin

Triangle Fire Disaster, illustrazione di Matt Mahurin

ai salti disperati dalle finestre del nono piano, non sarebbero più stati gli stessi. La città di New York fu profondamente colpita dal tragico evento, soprattutto per le 62 vittime che morirono nel tentativo disperato di salvarsi lanciandosi dalle finestre dello stabile non essendoci altra via d’uscita, generando scene che si vedranno ripetersi l’11 settembre del 2001, il giorno dell’attacco alle Twin Towers. Molti dei lavoratori della fabbrica Triangle erano donne, alcune di appena 14 anni. Erano, per la maggior parte, immigrate del sud della penisola italiana, in cerca di un futuro migliore, di lavoro e dignità che in “patria” era stato loro negato, le altre dipendenti erano ebree o immigrate dei paesi dell’est europeo. Una piccola parte degli operai erano uomini. Le speranze di queste donne furono presto disattese. Trovarono una occupazione, ma sfruttata e sottopagata che le costrinse ancora ad una vita di estrema povertà in condizioni di lavoro terribili.
Le donne della “Triangle” lavoravano sessanta ore la settimana ma non si contavano gli straordinari imposti e poco pagati. La sorveglianza era feroce ed era esercitata da “caporali” esterni, retribuiti a cottimo dai padroni, ognuno dei quali sorvegliava e retribuiva a sua volta sette ragazze imponendo loro ritmi massacranti.
Gli ingressi erano chiusi a chiave per impedire alle lavoranti di lasciare il proprio posto di lavoro, seppure per pochi minuti. La fabbrica occupava gli ultimi tre piani dell’edificio.
L’incendio partì dall’ottavo piano, lambì subito il nono e poi devastò il decimo. Alcune donne riuscirono a scendere lungo la scala anti incendio che, però, presto crollò sotto il peso di tante disperate in preda al terrore, anche l’ascensore cedette quasi subito. Le operaie dovettero salire al decimo piano ma, anche lì arrivò il fuoco. Alcune aspettarono alle finestre i soccorsi, solo per scoprire che le scale dei vigili del fuoco erano troppo corte e l’acqua delle manichette non poteva raggiungere i piani superiori. Molti scelsero di saltare verso la morte piuttosto che bruciare vivi.

I proprietari della fabbrica, Max Blanck e Isaac Harris, che al momento dell’incendio si trovavano al decimo piano e che tenevano chiuse a chiave gli operai per paura che rubassero o facessero troppe pause, si misero in salvo e lasciarono morire le donne e gli uomini rimasti intrappolati.

Questo episodio ebbe profonde ripercussioni sociali e politiche. Migliaia di persone presero parte ai funerali delle vittime. La International Ladies’ Garment Workers Union organizzò una giornata ufficiale di lutto durante la quale i newyorkesi sfilarono in corteo per le strade della città. Ben presto si levarono voci di protesta fra i cittadini, indignati per l’indifferenza dei proprietari  Harris e Blanck che avevano lasciato morire le loro operaie. Le adesioni ai comitati sindacali crebbero notevolmente, e le manifestazioni del 1 maggio videro cortei di commemorazione e protesta in ogni città degli Stati Uniti.

L’ufficio del procuratore aprì un’inchiesta contro  Blanck e Harris. L’11 aprile essi furono incriminati con l’accusa di omicidio colposo di secondo grado ai sensi dell’articolo 80 del Codice del Lavoro, ma a 23 giorni dall’inizio del processo il brillante avvocato della difesa Max Steuer riuscì a ottenerne l’assoluzione. La giuria li assolse nonostante le molte testimonianza dei sopravvissuti che confermarono che avevano violato la legge sbarrando le porte. L’assicurazione pagò loro 445 dollari per ogni morto mentre il risarcimento alle famiglie fu di soli 75 dollari.

Pochi giorni dopo l’incendio, fu aperta una nuova sede della fabbrica, a sua volta priva di uscite di sicurezza adeguate e non a prova d’incendio: scarti di tessuto, olio lubrificante e cesti di vimini infiammabili erano ovunque.

Tra i 146 nomi e cognomi spiccano alcuni nuclei famigliari: tra questi Caterina, Lucia e Rosa Maltese (39, 20 e 14 anni – cognome siciliano), Bettina e Francesca Maiale (18 e 21 anni – cognome campano), Serafina e Sara Saracino (25 e 20 anni – cognome pugliese), Annie L’Abbate (16 anni – cognome pugliese), Bessie Viviano (15 anni – cognome siciliano), Kate Leone (14 anni – cognome campano) e tante altre.

La cantante Ruth Rubin nel 1968, per commemorare quello che diventerà uno dei più gravi incidenti industriali mai verificatisi negli Usa, scrisse una ballata popolare:

“Nel cuore di New York City, vicino a Washington Square,
Nel 1911, i venti di marzo erano freddi e aspri.
Scoppiò un incendio in un edificio alto dieci piani
E centoquarantasei giovani ragazze morirono fra quelle fiamme”

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