La terra è di chi la coltiva! Arneo 1950: la provincia di Lecce contro lo Stato

«La mattina del 28 dicembre 1950 io, come tutti gli altri, fui puntuale all’appuntamento e trovai già sul posto oltre milleduecento contadini inquadrati (…) Noi delle varie squadre dei paesi, ci disponemmo nei vari punti della zona occupata (…) La sera rimanemmo tutti a vivaccare sul posto, accendendo dei fuochi. Quando la polizia tentò lo stesso giorno del 29 di sloggiarci, usando anche i lacrimogeni, noi non ci spostammo minimamente dal posto, e ci mostrammo decisi a reagire con gli attrezzi del lavoro. La sera del 31 (…) molti dei nostri rientrarono ai rispettivi paesi senza fare più ritorno nella zona. Per risposta fu deciso che l’indomani mattina (…) tentassimo di intimorire i carabinieri con un accerchiamento. De Vitis (il dirigente sindacale) ad alta voce, ingiunse ai carabinieri di abbandonare il posto consegnando le armi e le nostre biciclette, sequestrate il giorno prima, altrimenti sarebbero successi fatti gravi. Ad una ventina di metri dal caseggiato, eravamo intenzionati a superare d’un balzo la distanza rimasta tra noi e il presidio, quando udimmo lo sparo di un mitra (…)arretrammo notevolmente, e ci demmo alla fuga»

Questo dichiarò il bracciante ventiquattrenne Pietro Cuna, durante una deposizione rilasciata ai carabinieri di Nardò (Lecce), sui fatti relativi all’occupazione delle terre incolte dell’Arneo.

La terra d’Arneo è la parte della penisola salentina compresa, lungo la costa ionica fra San Pietro in Bevagna e Torre dell’Inserraglio, mentre nell’entroterra si estende fino a Manduria, Veglie e Nardò. Prende il nome da un antico casale, attestato in epoca normanna  e poi abbandonato, localizzabile nell’entroterra a nord-ovest di Torre Lapillo. Un grosso bubbone, come diceva Vittorio Bodini, di 42.000 ettari; ben 28.000 ettari erano nella sola provincia di Lecce ed erano quasi tutti di proprietà del senatore Tamborrino.  «Siamo in una landa macchiosa che ci circonda a perdita d’occhio, tutta groppe ispide come d’una sterminata mandria di bufali. Solo verso oriente una striscia di sole rimbalzando su un rialzo di terra scopre una piccola costruzione abbandonata, deve essere la torre del Cardo, dove dicono vi sia un tesoro sotterrato. L’abbandono dei luoghi, che furono fino a un secolo fa ricetto di briganti, e la miseria profonda dei paesi che vivono intorno all’Arneo sono buon alimento a simili leggende. Ma dei 42.000 ettari che occupa e che sottrae alla vita delle popolazioni, la parte maggiore, e per disgrazia la più deserta, la più ispida è priva d’acqua, di comunicazioni e di ogni altro segno umano che non siano i cartelli di caccia riservata».

Il più imponente movimento di lotta per la terra si sviluppò proprio qui,  tra la fine di dicembre del 1949 e gli inizi di gennaio del 1950, quando migliaia e migliaia di contadini poveri e braccianti occuparono una parte dei vasti latifondi che appartenevano a poche grandi famiglie, fra cui Tamborrino, Bozzi Colonna, barone Personè, principessa Ruffo. Tale movimento di occupazione, in provincia di Lecce si sviluppò in realtà in due fasi: tra il 1944 e il 1949, in seguito al Decreto Gullo quando i contadini mirarono ad ottenere la concessione delle terre incolte; successivamente tra il 1949 e il 1951 con l’obiettivo di ottenere la riforma agraria generale.

Le manifestazioni, dunque, iniziarono nel ’44, poi nel ’47 contadini e tabacchine si unirono, fino ad arrivare al 1949 quando, sotto la spinta dei movimenti calabresi e siciliani per l’occupazione dei latifondi, nel Salento ci fu una forte ripresa dell’occupazione delle terre. Nei primi giorni di quello stesso anno, migliaia di contadini con i propri attrezzi da lavoro, giunsero da vari paesi nelle terre d’Arneo; contemporaneamente venivano occupate anche le zone di Otranto, Maglie, Ugento, Squinzano, Trepuzzi e Surbo. Poi l’occupazione si estese a macchia d’olio. Non vi furono, fortunatamente, incidenti gravi, ma la repressione fu comunque molto dura e complessivamente i braccianti e i contadini ottennero ben poco: l’assegnazione di poco più di 1000 ettari con contratti di enfiteusi che prevedevano il pagamento, da parte dei lavoratori, di un canone in natura con il diritto di riscatto dopo 15 anni.

I movimenti e le lotte di occupazione delle Terre d’Arneo ripresero poi nel maggio del 1950, ovvero quando l’allora Ministro dell’Agricoltura Segni realizzò una nuova riforma agraria che svuotò di significato la riforma Gullo. Questa era una riforma che aveva la formale intenzione di espropriare migliaia di ettari di terre da assegnare ai piccoli proprietari terrieri, ma la legge stralcio non menzionava il Salento … essa prevedeva interventi di esproprio nelle aree del Fucino, della Maremma, del Delta del Po, in Emilia, nel Veneto, in Molise, in Campania e in Sardegna e, per quanto riguarda la Puglia, nelle provincie di Bari e di Foggia, ma non in quella di Lecce. Le espropriazioni dovevano riguardare 800.000 ettari, dei quali 650.000 nel Mezzogiorno, ma nella realtà fu espropriato poco più di 1/10. In Salento il senatore Tamborrino era proprietario di ben 28.000 ettari di terre, proprio nella zona dell’Arneo, e usava le sue terre solo per la caccia. Eccettuate alcune masserie che provvedevano all’allevamento di animali, il resto di quella immensa distesa di terra era totalmente incolta. Secondo alcune fonti il senatore Tamborrino fece pressioni a Roma affinché dalla riforma agraria fosse estromessa la Provincia di Lecce, onde evitare la redistribuzione delle sue terre. Ma Tamborrino e tutti i grandi latifondisti salentini, messi alle strette, alla fine cedettero alle pressioni del P.C. e della lega dei contadini e promisero in totale 4500 ettari di terra. Se ne distribuirono solo 890, poi tutto si bloccò. Nel frattempo il Parlamento approvò la legge stralcio (n. 841/1950) per la redistribuzione delle terre ai contadini ed il Salento ne restò comunque fuori.

La mattina del 28 dicembre del 1950 i contadini si riunirono nelle campagne dell’Arneo per protestare e reclamare la terra. Erano in migliaia (in totale i contadini coinvolti furono poi più di 25.000). Non erano violenti, non avevano armi, avevano solo la loro bicicletta con la quale andavano a lavorare in campagna e con la quale andarono ad occupare le terre che costantemente coltivavano e che erano decisi di ottenere grazie ad una estensione della legge. Però lo Stato rispose con la violenza. Fu addirittura inviato un aeroplano per stanare i “facinorosi” e accerchiarli grazie all’intervento della celere. Ma i contadini resistettero, a mani nude … in sella alle loro biciclette.

Arneo2

Subdolamente i carabinieri sequestrarono e incendiarono le biciclette. Poi gettarono via il cibo che i vari “comitati di solidarietà” avevano regalato agli occupanti. Questa fu la risposta dello Stato alla sua gente, a quei poveri braccianti che si vedevano negato un diritto. E per legge.

«Carissimi genitori, (…) A me mi presero un giorno dopo di Pietrino insieme a Uccio Camiscia nella nostra zona.  Stavano i signori di P.S. per prendermi, prima mi sequestrarono le biciclette e poi si presero i primi venticinque litri di vino, il pane e la pasta. (…)Vedete se per caso la P.S. ha lasciati quell’orzo seminatelo perché ora si può seminare. Papà carissimo fallo portare a quelli che hanno arato la terra».

È questo uno stralcio di lettera di Angelo Pati, poco più che ventenne, catturato in casa sua in una retata della polizia.

Il 3 gennaio del 1951 si conclusero i numerosissimi arresti dei braccianti e, formalmente, si chiuse la vicenda dell’Arneo. Il processo che seguì le occupazioni coinvolse circa sessanta persone tra contadini e sindacalisti, terminando con alcune pene simboliche, dando di fatto ragione agli occupanti e permettendo l’apertura di un dibattito sulla legittimità dei latifondi.

«Le terre che prendemmo erano boschi, macchie… non si poteva mettere piede, ma nui passàmme, era l’esigenza della terra che ci muoveva, era la terra che bisognava di contadini… oggi invece tutto sta tornando come prima…la macchia sta tornando … Non è un buon discorso, bello articolato il mio, però così stìano le cose all’epoca e mo nulla è cambiato, le terre, dopo tante lotte, sono tornate di nuovo macchie… Ecco la conclusione di queste lotte dopo cinquant’anni. I giovani ci dicono “e voi ci ati fattù?”…voi non avete mai fatto niente” era bùenu! ecco cosa abbiamo fatto…» (Angelo Tramacere, bracciante dell’Arneo).

“In che modo vivevate per arrivare ad occupare la  terra?”  “che ti devo dire?… la schiavitù! Era uno schifo… una cosa che la gente comune oggi non può credere… si vestiva male senza le scarpe… c’era la schiavitù… basta!” (Giuseppe Armando Meleleo, bracciante dell’Arneo)

[Gli stralci di dialoghi sono tratti da “Questa terra è la mia terra, Storie dal Veneto dal Salento e dall’America Latina“, di Camillo Robertini]

[http://www.academia.edu/5355560/Puglia_1950_cronaca_di_un_processo_popolare]

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2 Risposte

  1. Prosperi renato ha detto:

    Quando leggo questi racconti crudi aspri mi viene la nostalgia di quella gente unita onesta semplice ma fiera che lottavano per le famiglie per fargli una vita decorosa,oggi è deserto.

  2. la figlia ha detto:

    ero bambina e mio padre non mancava giorno che non raccontasse quei momenti difficili. C’ era e c’è ancora, una vecchia grotta dove si riparavano : Erano pure fortunati per averla in una delle terre occupate

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