La solidarietà che unì Lecce a Lecce nei Marsi dopo il terremoto nella Marsica del 1915

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13 gennaio 1915. Ore  07:52:48. Tutto trema.

Quella fredda mattina di 100 anni fa, la Marsica venne svegliata nel modo peggiore.  Un terremoto devastante, forse il più catastrofico in territorio italiano, che arrivò all’undicesimo grado della scala Mercalli (7.0 Mw momento sismico-scala Richter). Il suo epicentro fu la conca del Fucino, ma la sua potenza fu tale da colpire anche Lazio, Marche e Campania; la scossa arrivò persino in Basilicata e in Pianura Padana. Le vittime arrivarono a 30519.

Un superstite di Avezzano così dichiarò a Il Mattino: “Non mi resi conto esatto, per il momento, di ciò che era avvenuto; ritenni dapprima che si trattasse del crollo improvviso dello stesso stabilimento dove ero occupato. Catastrofe forse avvenuta per lo scoppio di qualche macchina. Non potevo prevenire quale orribile immane catastrofe fosse abbattuta sulla ridente Avezzano, così tranquilla e piena di vita. La gamba sinistra mi doleva abbastanza, ma ciò non mi impedì di trascinarmi fino all’aperto. Ma appena fuori all’aperto, i miei orecchi furono straziati da mille lamenti. Guardai Avezzano e credetti ancora di essere vittima di un orrendo sogno. Il castello, gli stabilimenti dagli alti fumaioli, la Chiesa dell’artistico ed agile campanile, tutto era scomparso, Avezzano era scomparsa ed al suo posto non si scorgevano che pochi muri”.

Il terremoto modificò notevolmente la morfologia delle campagne, comparvero infatti voragini e profonde spaccature. Ma non solo ad Avezzano fu catastrofe. Cese, Cappelle, Massa d’Albe, Ortucchio, Pescina, Gioia dei Marsi, Lecce nei Marsi e Luco furono completamente rasi al suolo tanto che ai soccorritori fu spesso impossibile riconoscere le strade, i palazzi nobiliari o le semplici abitazioni che ne caratterizzavano i rioni. I soccorsi tardarono ad arrivare sia per l’immane disastro che portò al collasso e al caos totale nelle ore successive, sia perché Roma tardò a comprendere l’ effettiva gravità della situazione e la vastità delle aree coinvolte. L’allarme fu lanciato 12 ore dopo il sisma ed i soccorsi giunsero nelle aree colpite solo all’alba del giorno successivo.

Dopo quasi 100 però, un ritrovamento particolare ha riportato alla memoria i fatti accaduti nel lontano 1915. Un gesto di grande solidarietà che unisce la città di Lecce con la piccola Lecce nei Marsi e che, la maggior parte dei leccesi, sia salentini che marsicani, non conosce. A rendere di nuovo vivo tale ricordo, grazie ad alcuni documenti ritrovati nell’ archivio di stato, è stato il sindaco di Lecce nei Marsi  Gianluca De Angelis.

I documenti parlavano di un grande gesto compiuto da una piccola città del Sud, Lecce, in un periodo sicuramente non facile. Il conflitto mondiale era già esploso e ovviamente non aveva portato con sé nulla di buono. Ma la gente non si tirò indietro, si organizzò come poteva per poter aiutare i cittadini di quella lontana realtà abruzzese che aveva lo stesso nome: Lecce nei Marsi.

Il sindaco De Angelis, nel settembre 2014, ha deciso di inviare una lettera al sindaco di Lecce, Paolo Perrone. Così scriveva: “Il 13 gennaio del 1915, circa un secolo fa, tutta la Marsica in provincia de L’Aquila fu colpita da un violento terremoto di gravi proporzioni, che distrusse quasi interamente il territorio del Fucino, da Avezzano a tutti i piccoli centri. Anche il mio piccolo paese, Lecce nei Marsi, fu coinvolto in maniera massiccia in questo triste evento. Dalla documentazione in nostro possesso, perlopiù scarsa, risulta che il peso maggiore della ricostruzione negli anni successivi lo sopportò la vostra città di Lecce; forse per il nome che ci accomunava e che ci accomuna, la popolazione del Salento con la città di Lecce in prima fila, spinta da un forte spirito di solidarietà, si adoperò per la raccolta di fondi ingenti, che inviò da noi e grazie ad essi fu possibile costruire numerosissimi alloggi per una sistemazione temporanea della popolazione così gravemente colpita. Questi alloggi sono stati abbattuti solo negli anni ’70, ma per mezzo secolo sono stati la nostra salvezza e per questo vi saremo eternamente grati”.

Un gesto di solidarietà davvero commovente; in una fase storica in cui la nazione chiamava i suoi “figli” a combattere, c’ era un Sud che preferiva agire in casa tendendo la mano in una stretta durata 100 anni.

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