La manna di Sicilia. Una linfa che … non arriva dal cielo

“La manna scese come la rugiada. Essi la chiamarono “Manna, Man hu” […] La manna piovve dal cielo e apparve quando la rugiada si sciolse, come una parte piccola intorno a qualcosa, così piccola come il gelo canuto, come seme di coriandolo, simile a perle colorate. La manna cadeva solo sei giorni alla settimana e in quantità doppia il sesto giorno; […]Il popolo non l’aveva mai vista prima. Si poteva macinare in un mulino o schiacciare in una malta e farne focacce da cuocere.”

Ecco, facile intuire il perché del detto “aspettare la manna dal cielo”; questo passo della Bibbia (Esodo 6, 13-21) è del tutto chiarificatore. Ma c’è un luogo in Sicilia, tra Castelbuono e Pollina, in provincia di Palermo, in cui la manna continua ad arrivare … però non dal cielo. Dagli alberi, i frassini che in quei due comuni resistono donando ogni anno la loro linfa resinosa.

Anche se, devo aggiungere un se. Esiste tanto di documentazione presso la Biblioteca centrale della  Regione siciliana “A. Bombace” con sede a Palermo, della Memoria sulla pioggia della manna caduta in Vizzini di Sicilia nel mese di settembre 1792, di Giovanni Maria La Pira, professore di chimica del Corpo regale di Napoli, e socio di varie accademie nel cui testo afferma che il 25 settembre 1792 a Vizzini piove manna dal cielo per circa un’ora e mezza e che l’  avvenimento si sia ripetuto il 26 e 27 alla stessa ora, le cinque di Spagna: «Verso le ventidue e mezza d’ Italia, che corrispondono alle cinque di Spagna, fece vedere in quel luogo una piccola nuvoletta bianchiccia, non molto densa, che compariva immobile, alta presso a poco un terzo di miglio […] replicò per lo spazio di un quarto d’ ora la medesima pioggia della sostanza zuccherina […] la Manna cadeva parte in liquore ed ogni goccia poteva essere presso a poco la trigesima parte di un acino, e parte in forma salina a guisa di dilicatissima arena».

La spiegazione venne anche data dallo stesso La Pira secondo il quale la manna, dopo essersi sciolta nelle acque del vicino fiume, sia con essa evaporata; poi, a causa della temperatura, si sia cristallizzata e quindi ricaduta al suolo. Non è un caso comunque che per i Greci la manna fosse Secrezione delle stelle; sappiamo oggi, come già detto, qual è la sua provenienza. Ma la manna continua a portare dietro sé il giusto tocco di magia.

Prodotta fin dai secoli antichi, essa veniva sfruttato sia come elemento energetico, che come medicinale. Presente da subito anche in Italia, la manna restava un prodotto importato però; da documenti tramandati da Paolo Boccone, si sa che nel ‘600 veniva prodotta in Sicilia, Calabria, Puglia, Molise, Lazio e Toscana; ma già nel secolo successiva era la sola Sicilia a detenerne il primato, sia per la produzione che per la qualità. Poi il ‘900 arrivò con le sue industrie e la produzione di tale prodotto andò via via perdendosi.

Ma la manna, stoica linfa, ha resistito e resiste ancora. Anche oggi. Inserita da Slow Food nel 2002 tra i prodotti da salvare nell’Arca del Gusto, per far sopravvivere anche l’ importanza storica e la memoria che tale linfa evoca. Per i viaggiatori dei secoli passati la manna rappresentava un miracolo, era parte rilevante del paesaggio agrario della costa tirrenica della Sicilia, quando erano  migliaia gli ettari di frassineti coltivati nella zona nord occidentale della regione, ad ovest di Palermo in tutti i paesi costieri fino a Trapani, nelle Madonie e nello stesso territorio comunale di Palermo. Il  patrimonio forestale oggi si è ridotto a 250 ettari nei paesi di Pollina e Castelbuono, inclusi nel Parco regionale delle Madonie.

La raccolta si fa in estate e le tecniche di produzione richiamano tutt’ ora quelle della tradizione: i frassinicoltori incidono la corteccia dei tronchi per lasciar fuoriuscire una sostanza azzurrina e resinosa che, esposta al sole torrido, si rapprende formando stalattiti biancastre di manna. Le incisioni vengono effettuate con l’utilizzo di un particolare coltello detto “mannaruolu“; le incisioni si susseguono a distanza di circa 2 cm l’una dall’altra. Nel primo anno si incide la parte più sporgente del fusto detta panza. Nel secondo anno si incide la parte opposta del fusto schina, nel terzo e quarto anno gli altri due lati scianchi. Il ciclo si ripete fino a quando c’è superficie disponibile da incidere. Il tronco viene tagliato dopo 8-12 anni di incisioni. Questo prodotto da sempre viene distinto in manna da cannolo (purissima), manna raschiata dalla corteccia (raccolta con una particolare spatola detta “rrasùla” e poi disposta ad asciugare su appositi “asciucaturi“) con grossi problemi di depurazione  e manna in sorte (raccolta in cladodi di fico d’india posti alla base del tronco). L’esperto mannaluòru esegue la raccolta nelle ore più calde della giornata. Il calore siciliano favorisce il distacco della manna e impedisce la perdita di succo in via di condensazione. Generalmente viene effettuata al termine delle operazioni di incisione dei fusti. Si raccolgono prima i “cannoli” che vengono staccati tramite un archetto di legno flessibile , che tende un sottile filo metallico o, negli ultimi anni, di nylon e riposti con cura in apposite ceste o in altri recipienti idonei. Subito dopo, i residui rimasti attaccati al tronco che costituiscono la cosiddetta “manna in rottame”. Purtroppo la manna è molto fragile e teme l’ umidità e basta anche un solo temporale per rovinarne la produzione.

Tante le proprietà della manna, soprattutto medicinali, ed è priva di controindicazioni: è un regolatore intestinale, un digestivo, un blando lassativo, un sedativo della tosse, un decongestionante del fegato ed è ricca di sali minerali. Il suo sapore ricorda quello del miele, dello zucchero, ma può essere ingerita dai diabetici perché non alza i valori della glicemia. Recentemente è molto utilizzata in pasticceria (Nicola Fiasconaro fa, ad esempio, degli ottimi panettoni) e in cosmetica.

Il recupero della produzione di manna si deve a Giulio Gelardi che, negli anni ’80 si sostituì ai genitori recuperando le sorti di questo antico tesoro ed oggi è ritornato in auge e rientra, oltre che nel presidio Slow Food, anche nell’ elenco P.A.T. degli alimenti siciliani.

 

 

 

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