La Grotta dei Cervi di Porto Badisco (Lecce) la Cappella Sistina della Preistoria

grotta-dei-cervijpg

“Se bb’è ssuta la sacàra iti truvàtu l’ acchiatura!”

È legata ad un aneddoto la grande scoperta della Grotta dei Cervi di Porto Badisco, un frazione di Otranto, raccontato dagli stessi speleologi di quella spedizione. Uno di loro sentì il bisogno di appartarsi e in quegli attimi di solitudine notò una strana aria fresca provenire da un pertugio nella roccia. La sua deformazione professionale lo portò ad incuriosirsi e a scavare: saltò fuori una vipera che lo fece trasalire. E non sarebbe stato affatto strano se, proprio in quel momento, di lì fosse passata una vecchietta (non stupitevene, il Salento è terra di macàre e di folletti) e avesse esclamato: “Se bb’è ssuta la sacàra iti truvàtu l’ acchiatura!” ovvero “se è uscita una vipera avete trovato il tesoro!”.

Era l’ 1 febbraio 1970. Severino Albertini, Enzo Evangelisti, Isidoro Mattioli, Remo Mazzotta e Daniele Rizzo, del Gruppo speleologico salentino “P. de Lorentiis” di Maglie (Lecce) scoprirono quella che venne poi definita dall’antropologo Prof. Paolo Graziosi “la Cappella Sistina della Preistoria”, il complesso pittorico neolitico più imponente d’Europa: la Grotta dei Cervi di Porto Badisco.

Continuando a smuovere notarono che l’ aria aumentava, scavato il primo varco si ritrovarono di fronte alla sorpresa di svariate rappresentazioni di “cervidi”. Da qui il nome. Inizialmente in realtà fu battezzata “Antro di Enea” sulla base di un’ antica leggenda che narra lo sbarco di Enea proprio nell’insenatura di Porto Badisco anche se, da studi condotti da archeologi dell’ Università di Lecce, pare sia sbarcato nella vicina Castro; Virgilio racconta infatti che Enea, già prima di attraccare, aveva scorto da lontano il porto e “sulla roccia il tempio di Minerva”. E secondo lo storico Dionigi di Alicarnasso (e poi tutti i commentatori di Virgilio), Enea sbarcò in una località chiamata “Castrum Minervae”; ed oggi è certo, a Castro vi era un tempio dedicato alla dea.

Le figure ritrovate sulle pareti della Grotta dei Cervi sono tutte in guano di pipistrello e ocra rossa, databili intorno ai 4.000 e i 3.000 anni a.C., e rappresentano uomini che tendono l’arco, donne, bambini, animali come cervi o cani, oggetti (vasi, otri), nonché immagini dal contenuto simbolico e in alcuni casi magico; circa 3000 figure, dalla più piccola di 2 cm a quella più grande di 75 cm, si snodano lungo cunicoli sotterranei collegati tra loro  attraverso 3 corridoi principali, lunghi circa 300 metri, che raggiungono una profondità di 26 metri sotto il livello del mare. L’ accesso non è affatto semplice poiché si effettua da un passaggio molto stretto.  Il Primo corridoio a un certo punto si sdoppia in due rami, uno in direzione nord alla fine del quale furono ritrovato due scheletri, e l’altro in direzione sud-est. Il Secondo corridoio è ricco di pitture e vi si accede da un cunicolo passante dal I corridoio. Questo corridoio, verso la fine, si allarga dando accesso a due sale successive; la volta di una di queste è letteralmente costellata di  impronte di mani di bambino (forse quel che resta di un rito d’iniziazione).

grotta-dei-cervi-porto-badisco-manine

Verso la metà il percorso si interrompe e vi è la presenza di un laghetto naturale formatosi dalle acque di stillicidio, e successivamente vi è la presenza di un deposito di guano adoperato dall’uomo neolitico per dipingere.  Dal II corridoio, attraverso un’apertura molto bassa, si può accedere infine al Terzo corridoio.

Secondo Elettra Ingravallo, docente di Paletnologia all’Università del Salento, uno dei simboli dominanti, presente sia sui pittogrammi che nelle ceramiche rinvenute nella Grotta, è quello della spirale (simbolo di vita e rigenerazione attribuito alla Dea Madre), ma «gran parte dei simboli sono un mistero. In realtà, più che guardare ai singoli simboli, bisognerebbe considerare l’opera nel suo complesso: lungo il percorso c’è un racconto che si snoda, una storia condivisa e nota ai frequentatori della grotta. La grotta doveva essere l’equivalente di quello che per noi è un santuario o un luogo di culto. Sicuramente ospita la più ricca raccolta di simboli risalenti al neolitico – un vero e proprio manifesto ideologico della preistoria – di tutto il mondo occidentale».

Una grande eredità, dunque, quella che ci è stata lasciata da chi ha visto gli albori della storia, da chi, secondo alcuni studi,  ha vissuto circa 5.600 anni prima di Cristo.  Ma la Grotta è inibita a chiunque e, da quell’ 1 febbraio del 1970, ben 45 anni fa, è stata vista solo da alcuni addetti ai lavori; la spiegazione ufficiale vuole che  le delicate condizioni di umidità (98-100%) e di temperatura (18 °C), che hanno permesso la miracolosa conservazione delle pitture, verrebbero alterate dalla presenza di visitatori, portando al rapido degrado dei disegni.

Grande è ancora oggi, però, il rammarico di Pino Salamina, speleologo convocato a collaborare e a fotografare i pittogrammi l’ 8 Febbraio successivo alla scoperta della Grotta dei Cervi. Il suo sogno sarebbe quello di permettere a chiunque di poter visitare quei corridoi e di potersi meravigliare di fronte alle tracce della storia; occorrerebbe, secondo Salamina, permetterne la fruizione ad un turismo di massa, applicando regole con la giusta cognizione. Ci si batte da anni, infatti, per far deviare la circolazione dei mezze pesanti, sulla litoranea che passa sulla Grotta, in corrispondenza della cosiddetta stanza delle manine, i passaggi comportano rumori roboanti con conseguenti vibrazioni. Ma Salamina fa il riferimento alle Grotte di Lascaux, in Francia, che sono meta di milioni di visitatori, nonostante si tratti di copie ricostruite di sana pianta. Le Grotte originali in realtà sono sigillate e sottoposte a continui controlli per poter tramandare alle future generazioni quei tesori. Invece da noi, sempre secondo Salamina, si è abbandonata l’ idea di rendere fruibile, in qualunque modo, la magnifica Grotta dei Cervi.

Per Medica Assunta Orlando, direttrice del museo di paleontologia e paletnologia di Maglie “Decio de Lorentiis”,  “la Grotta dei Cervi non è patrimonio dei soli salentini, ma dell’umanità. Si è cercato di sensibilizzare i Comuni in passato, dando vita a una raccolta firme, affinché l’Unesco riconosca l’importanza di questo sito, ma l’Unesco dichiara patrimonio dell’umanità solo siti che si possono visitare. Parliamo di una cavità tra le più importanti al mondo della storia dell’uomo, perché contiene 2 chilometri e mezzo di pitture, oltre 2.500 segni lasciati dall’uomo preistorico”.

La Grotta forse deve continuare a restare al buio per ovvi motivi di conservazione, ma non dovrebbe essere nascosta. È memoria storica del Salento e bisognerebbe trovare il giusto modo per renderla fruibile e di nuovo viva per tutti.

10076 Total Views 1 Views Today

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *