La genialità del salentino Filippo Bottazzi a cui la guerra negò il Nobel

di Daniela Alemanno

Molti di noi dunque, pur non suoi allievi diretti, pur non avendo cioè fatto vita comune di laboratorio con Lui, si sono sempre sentiti legati a Lui come a vero Maestro per aver trascorso ore ed ore della propria pensosa e faticata gioventù nella lettura delle sue opere sistematiche e per avere, come me, appreso tante nozioni fondamentali dalla sua voce pacata e dal suo entusiasmo comunicativo”.

Così parlava Pietro Rondoni durante la Commemorazione di Filippo Bottazzi all’ Accademia d’ Italia, tenuta il 17 gennaio 1942.

Filippo Bottazzi era un fisiologo, un uomo di Scienza, alla quale dedicò costantemente e fino alla fine la sua vita. L’ eccezionalità sta nell’ uomo che nacque in un periodo non facile per il Sud Italia, nel periodo immediatamente dopo all’ Unità, in un paesino che ancora oggi  supera di poco le 3000 anime. Diso, in provincia di Lecce, una piccola realtà nell’ entroterra salentino alla quale il Bottazzi resterà per sempre legato.

Filippo Bottazzi nacque quindi a Diso il 23 dicembre del 1867. Dopo aver effettuato gli studi secondari nel Ginnasio di Maglie ed in seguito nel Liceo Palmieri di Lecce, Filippo Bottazzi si iscrisse, nel novembre del 1887, alla Facoltà di Medicina dell’Università di Roma dove il 7 luglio 1893 conseguì la Laurea in Medicina con il massimo dei voti e la lode, giudicando degna di stampa e del premio Girolami la sua dissertazione di dottorato.  Nell’anno seguente, grazie al suo ingegno, fu designato dal prof. Giulio Fano quali Aiuto nel Laboratorio di Fisiologia nel R. Istituto Superiore di Firenze. Fu proprio a Firenze che al Bottazzi balenò l’enorme importanza, che la conoscenza dei fenomeni fisico-chimici degli organismi ha per comprendere l’origine di quelli vitali e arriverà alla non poco discussa “teoria della contrattilità del sarcoplasma” ovvero le indagini sullo sviluppo embrionale dei muscoli e sulla fisiologia dei muscoli lisci e del cuore.

Da qui un susseguirsi di successi: dal gennaio 1898 diviene assistente all’ Università di Cambridge dove Bottazzi tiene un corso pratico di Fisiologia per gli “advanced student” di quell’istituto; nell’aprile del 1902 vinceva il concorso come Professore Straordinario alla Cattedra di Fisiologia nella R. Università di Genova e nel novembre dello stesso anno ottenne la direzione del rispettivo laboratorio.

Nel dicembre del 1904, su proposta unanime della Facoltà di medicina di Napoli, fu chiamato a Napoli come Professore Straordinario di Fisiologia; il Bottazzi non nascose mai la sua attrazione per la città di Napoli, nel suo Sud, luogo all’ epoca reso difficile dalla patria appena nata, ma del quale il fisiologo si sentirà sempre parte integrante, visto da egli stesso come un luogo emarginato e reso povero dal  Regno, ma ricco nell’ ingegno dei suoi figli.

Giunto nella città partenopea si mise subito al lavoro rivoluzionando il Laboratorio di Fisiologia, incrementò notevolmente l’attività di ricerca, si circondò di una schiera di promettenti giovani studiosi e ben presto  il laboratorio del Bottazzi divenne un punto di riferimento per i giovani Fisiologi italiani e stranieri. Nel 1917 la Facoltà Medico-Chirurgica della R. Università di Roma gli propone il trasferimento dall’Ateneo napoletano a quello della capitale, per occupare la cattedra di Fisiologia, ma il Bottazzi declinò per restare a Napoli, città che oramai sentiva come sua e dove aveva iniziato a dirigere anche la stazione di Zoologia.

Bottazzi, uomo e figlio del Sud, non dimenticò mai la sua piccola Diso (dove venne eletto sindaco negli anni tra il 1920 e il 1925); nel Salento, insieme a Stasi e De Lorentiis, si interessava di speleologia, fu tra i primi esploratori di tante grotte marine  presenti sul territorio intorno a Diso, Rumaneddhi, Palummara, Purcinara e la grotta Zinzulusa, all’interno della quale intorno agli anni venti, scoprì la Thiphlocaris un raro “decapode” cieco della famiglia Palaemonidae.

Nel 1929 fu nominato Accademico d’Italia per la classe delle scienze fisiche, matematiche e naturali per la neonata Reale Accademia d’Italia, finalizzata allo studio e alla discussione dei più importanti problemi concernenti le scienze, le lettere, le arti e alla pubblicazione delle memorie e comunicazioni fatte dagli Accademici.

Seguirono ancora Congressi, nomine e cariche anche quando fu collocato a riposo per raggiunti limiti di età. Continuò a collaborare con l’ Ateneo di Napoli e a partecipare alle ricerche. Purtroppo il peso degli anni iniziava a farsi sentire; l’ 11 aprile del 1939 nell’Aula Magna dell’Università di Pavia, leggendo il discorso inaugurale per la commemorazione di Lazzaro Spallanzani, all’improvviso la sua voce si si perse momentaneamente. La diagnosi fu orribile: “ossificazione delle cartilagini laringee e delle corde vocali”. La brutta scoperta lo riportò nella sua Diso e finire i suoi giorni in terra amata. Fu proprio qui che,  il 16 febbraio 1940 al Bottazzi giunse la notizia di essere stato candidato quali rappresentante italiano per l’assegnazione del Premio Nobel per la Medicina; purtroppo il secondo conflitto mondiale era alle porte e fece si che nel 1940 l’assegnazione dei Premi Nobel venisse interrotta (riprese nel 1943) e il grande Fisiologo dovette accettare, con grande dignità, la mancata assegnazione del Premio.

Morì il 19 settembre del 1941; i funerali solenni si tennero a Diso lunedì 22 settembre 1941 alle ore 10 e videro la presenza di colleghi, studenti, personalità del mondo scientifico e politico del Paese e migliaia di persone comuni, tutti convenuti per rendere omaggio e dare l’estremo saluto.

“L’Italia ha avuto in Filippo Bottazzi uno dei suoi figli più completi, una pura revivescenza di uomo del Rinascimento, colla sua profonda humanitas. che abbraccia e potenzia la scienza. E scienziato vero Egli fu, perché non si limitò a registrare e descrivere dei fatti ma sentì l’ansia della dura e spesso penosa battaglia contro L’Ignoto, e la verità scientifica considerò come parziale affioramento di una verità più alta e comprensiva, alla stessa guisa che il navigante stanco riconosce negli scogli a poco a poco emergenti l’avvicinarsi della terra sospirata; e la scienza amò e coltivò come un apostolato inquadrato e sorretto da imperativi di ordine superiore; e della scienza godette la purissima bellezza”. (Pietro Rondoni)bottaz1

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