Je taliàtila che bedda! Catania e la devozione per Sant’ Agata

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« Je taliàtila che bedda , javi du occhi ca pàrunu stiddi, e ‘na ucca ca pari ‘na rosa. Semu tutti devoti tutti? » È questa una delle invocazioni dei devoti catanesi a Sant’ Agata; già da queste parole si percepisce l’ attaccamento e l’ orgoglio dei cittadini verso la Santa patrona, il cui culto, a Catania, è davvero antico. Comprensibile leggendo la storia della Santa, ma soprattutto per il fatto che Sant’ Agata, era catanese.

Nacque da una famiglia di nobili catanesi di religione cristiana, intorno al 230 d.C., periodo in cui la città era sotto la dominazione romana che perseguitava barbaramente chiunque professasse il cristianesimo. Nonostante tutto Agata decise sin da giovane di consacrarsi a Dio. Il nuovo proconsole di Catania, Quirino, vedendola se ne invaghì, le ordinò di rinnegare la sua fede e di adorare gli dei pagani; per ottenere tale scopo la consegnò ad una cortigiana, ma invano.  Quirino avviò un processo e convocò Agata al palazzo pretorio. Dopo diversi giorni di digiuno, di fronte alla fermezza della giovane, iniziarono le torture fisiche, dalla fustigazione all’atroce strappo delle mammelle che si racconta le ricrebbero prodigiosamente durante la notte grazie all’intervento di San Pietro. La fede incrollabile della ragazza la condannò all’ultima delle torture, un letto di tizzoni ardenti, e durante la quale si racconta di un altro prodigioso evento: mentre il corpo di Agata veniva martoriato dal fuoco, il velo rosso, simbolo della sua consacrazione a Dio, non bruciò. Dopo il supplizio, Agata morì in carcere il 5 febbraio 251. Il suo corpo fu imbalsamato e lei fu sepolta nelle catacombe delle colline di San Domenico; in seguito le sue spoglie, trafugate varie volte, giunsero a Costantinopoli. Il 17 agosto 1126, le reliquie rientrarono definitivamente nella Cattedrale di Sant’Agata, Duomo di Catania. In realtà la ricompensa alla devozione verso Sant’ Agata, i catanesi la videro subito, infatti il 5 febbraio 252, un anno esatto dopo la sua morte, una violenta eruzione dell’Etna minacciò Catania, molti cristiani e cittadini anche pagani corsero al suo sepolcro, presero il prodigioso velo che un tempo  la ricoprì e lo opposero alla lava di fuoco che si arrestò. L’ultima volta che il suo patrocinio si è rivelato valido è stato nel 1886, quando una delle ricorrenti eruzioni dell’Etna minacciò la cittadina di Nicolosi, posta sulle pendici del vulcano e che venne risparmiata dalla distruzione.

Molto probabilmente i festeggiamenti in onore di Sant’ Agata sono andati a soppiantare quelli dedicati ad un dio pagano, presumibilmente la dea egiziana Iside visto che, in età pagana, si trasportava per la città la statua di una donna con al seno un bambino. La prima festa per la santa catanese avvenne proprio nel giorno del rientro delle sue reliquie nella città etnea e, ancora oggi in tale data, si svolge la processione dello scrigno. Con la costruzione, poi, della prima Vara del 1376 i festeggiamenti cominciarono ad assumere una forma più vicina a quella odierna: inizialmente caratterizzata solo dalla processione, in seguito questa  venne affiancata da alcuni spettacoli. Così si svolsero i festeggiamenti fino al ‘600, il 4 febbario. Dal 1712 i giorni di festa divennero tre: 3-4-5 febbraio.

Il giorno 3 avviene la “Processione dell’ offerta della cera” alla Santa con il corteo delle 11 candelore, i “cannalori”, alte colonne in legno riccamente scolpite e decorate, contenenti dei ceri, portate a spalla dai 4 ai 12 portatori. In seguito, da Palazzo degli Elefanti sede del Comune, esce la “Carrozza del Senato”:  due carrozze settecentesche a bordo delle quali  il sindaco e alcuni membri della Giunta si recano alla chiesa di San Biagio per portare le chiavi della città alle autorità religiose.

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Il 4 è il giorno della “Messa dell’ aurora”, è il giorno in cui “a Santuzza” riabbraccia i suoi concittadini: il suo mezzo busto viene posto sulla Vara, la gente sventola commossa e urlante un fazzoletto bianco: “è ccu razia e ccu cori, pi sant’ Aiutuzza bedda, ca stà niscennu, cittadini! Semu tutti devoti, tutti?”. Inizia la messa. Poi “il giro esterno” in processione per la città fino all’ alba del 5. Tra i momenti più suggestivi “a cchianata de’ Cappuccini”, fase in cui il fercolo viene trainato di corsa dai devoti fino al culmine di una salita, alla Chiesa di San Domenico, e “a calata da marina”, l’antica discesa verso il mare. Poi una sosta viene fatta anche presso la colonna della peste, che ricorda il miracolo compiuto da sant’Agata nel 1743, quando la città fu risparmiata dall’epidemia. In questa giornata i devoti  indossano il tradizionale “sacco” (un camice votivo di tela bianca lungo fino alla caviglia e stretto in vita da un cordoncino), un berretto di velluto nero, guanti bianchi e sventolano un fazzoletto anch’esso bianco stirato a fitte pieghe. Rappresenta l’abbigliamento notturno che i catanesi indossavano quando, nel lontano 1126, corsero incontro alle reliquie che Gisliberto e Goselmo riportarono da Costantinopoli.

Il 5 febbraio i garofani rossi del martirio sul fercolo di Sant’ Agata, vengono sostituiti da quelli bianchi in simbolo di purezza; in tarda mattinata verrà celebrato in Duomo il pontificale. Dopo il tramonto, verso le 18, ha inizio il “giro interno” della città; il fercolo sale per Via Etnea giungendo a tarda notte al “Borgo”, quartiere in cui vennero accolti i profughi di Misterbianco in seguito all’eruzione del 1669. Il momento più spettacolare ed atteso è quello de  “a cchianata ‘i Sangiulianu”, quando il fercolo viene trasportato di corsa. All’alba del giorno 6, il Fercolo con le reliquie giunge in via Crociferi, l’ atmosfera si fa silenziosa per ascoltare  il canto angelico delle monache di clausura.

I solenni festeggiamenti per la Santuzza, Sant’ Agata, terminano con il suo rientro nella cameretta. Tre giorni davvero intensi e pieni di spiritualità, ma che possono essere tranquillamente festeggiati mangiando in suo onore le “Minni di Sant’Aita“, che ne ricordano il martirio, e le “Olivette” che si riferiscono all’ ulivo miracolosamente comparso per proteggerla dall’ inseguimento di Quinziano.

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