IL PARADISO STRAPPATO Discariche vesuviane: storia di (stra)ordinario abbandono

di Miriam Corongiu

“Fu il Diavolo a rubare un lembo di Cielo e, con il suo tocco, a renderlo di Fuoco?”. Così racconta un’antica leggenda sul Golfo di Napoli e sul Vesuvio, paradisi campani: Cristo pianse, di tristezza, per quella perdita e con le sue lacrime trasformò l’aridità in fertilità. Il Vulcano, personalizzazione del fuoco stesso, di cui si ama il calore e si teme la potenza, è il centro della storia millenaria di questa terra: l’alfa e l’omega dell’evoluzione di intere civiltà.
Eppure, proprio il territorio vesuviano, oggi, è un paradosso inquietante: è Parco Nazionale, Riserva Mondiale della Biosfera MAB UNESCO, all’interno della quale insistono una Riserva Naturale Statale, un’area Wilderness, due SIC (Siti di Importanza Comunitaria), una ZPS (Zona di Protezione Speciale) …e un mucchio di discariche legali e illegali in completo stato di abbandono.
In piena campagna elettorale per le amministrative 2015, la “Commissione consiliare speciale per il controllo delle bonifiche ambientali e i siti di smaltimento rifiuti ed ecomafie”, ha appena concluso una serie di sopralluoghi alle discariche di Terzigno, Ercolano, Torre del Greco, Somma Vesuviana. Quanto ne è venuto fuori, messo nero su bianco e ufficialmente nelle relazioni finali, mette i brividi.
La famigerata Cava Sari di Terzigno, centro negli anni passati di duri scontri tra popolazione e autorità, chiusa definitivamente nel 2013, ritenuta non bonificabile e interdetta per i prossimi 30 anni, continua ad emanare un puzzo nauseabondo: l’Arpac però – annota il Presidente della Commissione – a dispetto di numerosissime denunce di cittadini e associazioni, non analizza la qualità dell’aria dal termine del conferimento dei rifiuti. Intorno si stima che siano stati interrati oltre due milioni di tonnellate di rifiuti,
senza contare migliaia di ecoballe in giacenza.
Alla Porcilaia a Torre del Greco e alla Fungaia tra Somma Vesuviana e Ottaviano, la situazione non è migliore. Entrambe le discariche furono realizzate negli anni ‘80 per ricevere circa 300.000 tonnellate di
rifiuti solidi urbani, oggi ne ospitano 3 milioni, ma in parte (che si presume larga) sono rifiuti speciali e pericolosi. A Ercolano, nella discarica di Cava Montone dallo scorso settembre sotto sequestro giudiziario, sono stati ritrovati, anche a trenta centimetri di profondità, amianto e un centinaio di grandi fusti tossici (su qualcuno si legge ancora “Montedison”), con probabile provenienza dal Nord Italia.
Insomma, sulle discariche, autorizzate e non, lo Stato ha chiuso gli occhi, consentendo che il Vesuvio da Parco Nazionale diventasse, invece, “Sversatoio Nazionale”.
Il Vulcano, in realtà, è un’isola. L’area compresa nel Parco ha, cioè, caratteristiche e problematiche che la rendono molto simile ad un’isola geografica. Non ci sono grandi spazi di possibile convivenza tra l’uomo e la natura. Non ha “corridoi ecologici di rilevante ampiezza”, cioè nessuna fascia di connessione tra un’area naturale e l’altra, che consenta lo spostamento della fauna e l’interscambio genetico della flora. Ed è proprio su questi due fattori che si gioca il mantenimento della biodiversità.
Oltre ad un’elevatissima concentrazione demografica esplosa nell’edilizia selvaggia e abusiva alle pendici della montagna, le discariche abbandonate (con il loro gigantesco contenuto di rifiuti di tutti i generi e quasi mai messe in sicurezza) compromettono ancora di più un equilibrio così precario tra civiltà e natura. Senza contare ciò che la natura stessa ha affidato alle mani dell’uomo: i terreni destinati all’agricoltura. Non esistono, infatti, zone “no food” tra discariche vesuviane e fondi coltivati, non esistono analisi delle falde acquifere, le soglie di contaminazione stabilite per legge sono… ballerine e vengono continuamente abbassate.
Vogliamo davvero che la storica fertilità di queste terre si volga di nuovo in aridità?
Certo è che le responsabilità sono molteplici e a vari livelli. A tuffarsi tra dichiarazioni di pentiti, documenti ufficiali, indiscutibili prove di incuria, se non di malafede, tra Fuochi, Veleni e indifferenza generale, c’è solo da piangere. O rimboccarsi le maniche.
E visto che le nostre, di lacrime, non possono dare la vita come quelle di Cristo, conviene darsi da fare.
Anche perché c’è una domanda a cui non possiamo sottrarci: siamo davvero sicuri che sia “Stato” proprio il Diavolo a rubare un lembo di Cielo e a renderlo di Fuoco?

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