Il manto di Ruggero il normanno, scippato a Palermo e mai restituito con la “complicità” dell’Italia

Il ricamo è una nobile e antichissima arte, perfezionata in Oriente e poi introdotta in tutte le corti occidentali a partire dalla Sicilia. I primi manufatti realizzati in Trinacria risalgono all’anno 1000, durante il dominio dei Saraceni che introducono nell’isola laboratori di tessitura e di ricamo, rispettivamente Thiraz e Rakam, dai quali escono manti cerimoniali di grande pregio. La parola ricamo, infatti, deriva dal lemma arabo raqm (racam) che significa “segno, disegno”.
Con molta probabilità, la tecnica del ricamo è stata portata presso tutte le maggiori corti della Penisola dalle stesse maestranze arabo-sicule, costrette a fuggire sul finire del secolo XIII a seguito della rivoluzione dei Vespri.
Fra i reperti più antichi al mondo che testimoniano della nobile arte del ricamo si annovera il preziosissimo manto di Ruggero II il Normanno, realizzato nel thiraz del palazzo reale di Palermo nel 1134. Il mantello di inestimabile valore fu purtroppo sottratto alla Sicilia ed è conservato oggi presso il Weltliche Schatzkammer della Hofburg, il museo imperiale di Vienna, dove viene presentato come uno dei pezzi più preziosi dell’intera collezione. Ma andiamo per ordine, cerchiamo di comprendere per quale ragione questo manufatto è unico al mondo. Il mantello ha una forma semicircolare con ricami in filo d’oro di stampo orientaleggiante. La palma centrale che rappresenta l’albero della vita, divide simmetricamente il motivo ornamentale che si ripete su ambo i lati e che raffigura il leone simbolo degli Altavilla nell’atto do sovrastare e sottomettere un cammello, chiaro riferimento agli arabi ed alle grandi conquiste di Ruggero. Possiamo risalire con precisione sia alla data di realizzazione che alla provenienza del mantello poiché l’artista che lo realizzò pensò bene di ricamare lungo l’orlo, la seguente dicitura: «Eseguito nel thiraz reale di Palermo dove la felicità e l’onore, il benessere e la perfezione, il merito e l’eccellenza hanno loro dimora; di grandi liberalità, d’un alto splendore, della reputazione, delle speranze; possano i giorni e le notti ivi scorrere nel piacere senza fine né mutamento nell’onore, la fedeltà, l’attività diligente, la felicità e la lunga prosperità, la sottomissione e il lavoro che conviene. Nella capitale della Sicilia, l’anno 528». Il 528, nella datazione araba, corrisponde appunto all’anno 1134, quattro anni dopo l’incoronazione di Ruggero II a re di Sicilia avvenuta a Palermo nel dicembre del 1130. Il  mantello è in seta rossa, le sue dimensioni sono di 345 x 146 cm, il colore rosso di fondo è stato ottenuto non dalla porpora, ma dal “chermes”, un colore ricavato da un insetto, la cocciniglia. La stessa parole chermes viene dall’arabo quermes. La fodera interna ha ben tre strati di seta di differente colore. Sul manto sono apposte due borchie in oro con pietre preziose. L’opera è unica, non solo perché in sé preziosissima ma, anche perché testimonia alcuni aspetti importanti della vita siciliana dell’epoca: la diffusione dell’allevamento del baco e della conseguente maestria nella lavorazione della seta, la grande capacità dei tintori che erano in grado di usare differenti materiali e di ottenere diverse colorazioni tutte preziosissime ed estremamente costose ed infine, la maestria dei Thiraz, i laboratori di tessitura e dei Rakam, i laboratori di ricamo, per non trascurare il fatto che l’opera testimonia del legame strettissimo con il mondo arabo.

Ma veniamo ai nostri giorni.

Come è possibile che questo splendido oggetto, questa opera d’arte di inestimabile valore, non sia esposta in un museo siciliano, laddove è stata creata e ove sarebbe ulteriormente esaltata dal contesto e dal legame col territorio? Ebbene, per sciogliere questo dubbio, ci viene in soccorso lo scrittore siciliano PASQUALE HAMEL che in uno dei suoi tanti scritti sulla Sicilia, “L’INVENZIONE DEL REGNO” racconta la vita e le imprese di RUGGERO II. Egli scrive: “Questo splendido manufatto, come altri preziosi che arricchivano la reggia di Palermo, fu asportato dal tesoro reale di Palermo da Enrico VI, marito di Costanza d’ Altavilla e padre di Federico II. Sul dorso di circa un centinaio di muli, assieme a tanti altri beni fu portato dalla Sicilia in Germania quasi si trattasse di un vero e proprio bottino di guerra. La fine del regno normanno sotto il colpi del “furor theutonicus”, fece perdere la memoria del collegamento di quel prezioso reperto con la stessa Sicilia al punto che se ne contestò perfino una provenienza che l’inequivocabile scritta invece, testimonia in modo evidente. Il tiraz della reggia di Palermo – cui re Ruggero, attribuiva grande valore, al punto da rafforzarne la manodopera con i tessitori ed i lavoranti che si era procurato in Grecia – realizzava manufatti che manifestavano un’abilità artigianale che per tecnica, per finezza, per qualità in genere non aveva pari in quel tempo, almeno nell’area del Mediterraneo. Per circa nove secoli, il manto ed altri pezzi importanti di artigianato tessile normanno – e cioè l’ Alba di Guglielmo, i chiriteche, i tibiale, i sandali e la cintura, anche questi sottratti da Enrico VI – sono rimasti a Vienna senza che alcuno ne reclamasse la restituzione, almeno fino al 1918, quando il trattato di pace, siglato dopo la sconfitta dell’impero austro-ungarico, previde fra le altre clausole di riparazione che l’Austria dovesse restituire all’ Italia «tutte quelle opere d’ arte sottratte nel corso dei secoli e attraverso svariate vicende storiche a talune regioni d’Italia». Sulla scorta di questa clausola fu presentata anche per quanto riguarda la Sicilia, una documentata richiesta di restituzione dei reperti citati. La Commissione, incaricata della valutazione delle richieste di restituzione, non ritenne però di potere accogliere la richiesta siciliana accampando una opinabile prescrizione del diritto stesso. Chiusa la vicenda, senza una protesta delle autorità italiane, i reperti sono rimasti a Vienna fino all’ annessione dell’ Austria al Reich nazista che si appropriò dei reperti e li riportò a Norimberga dove, originariamente, li aveva depositati Enrico VI. Nel secondo dopoguerra, il manto e gli altri reperti, subirono un nuovo spostamento: la sconfitta nazista consentiva all’ Austria di chiederne la reimmissione in possesso e infatti il Museo imperiale di Vienna ne tornò in possesso dove, alla faccia del buon diritto dei siciliani, si offrono nella loro magnificenza allo sguardo del turista”.mantelloruggero

La conclusione è che la Sicilia ha provato ad ottenere la restituzione dell’opera ma invano, dato che come sempre accade si è trovata sola ad affrontare questa battaglia. L’Italia ha totalmente ignorato la questione e, probabilmente, ignora la stessa esistenza del preziosissimo manto di Ruggero II. D’altra parte, Ruggero e gli Altavilla con l’Italia non hanno nulla a che spartire, buon per loro!!!!

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4 Risposte

  1. Giuseppe ha detto:

    Conoscere particolari storici della propria terra e personaggi che ne hanno fatto la storia è sempre un piacere e un apprendimento interessante. Un reperto che ha tanta storia e che nello stesso si rileva la grande maestria dell’ arte del ricamo fiorita in Sicilia ai tempi della dominazione araba e poi sotto il regno dei Normanni è testimonianza della alta civiltà di questa isola. ( la nostra Sicilia).

  2. pina calabrò ha detto:

    posso solo immaginarne la meraviglia- ho ancora negli occhi lo splendore della cappella palatina..

  3. Luke ha detto:

    Cos’è sudditanza psicologica all’austria?? Che i Saboia le hanno prese sempre.. da generali vigliacchi e meschini cosa si può aspettare!! O menefreghismo settentrionale condiviso di razzismo massonico Cialdiniano?? Che schifo i saboia e quelli de turin tutti massoni..

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