Il Bisso tarantino, quando il mare vestiva con la sua seta

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Ci fu un tempo in cui era il mare a vestire Re, Imperatori e Sacerdoti, avvolgendoli con la sua seta “spumosa” e delicata. Sui suoi fondali la Pinna Nobilis si agganciava abbracciando le pavimentazioni sabbiose con i suoi filamenti di seta. Mani sapienti, attente ed esperte ricavarono da loro il Bisso, ovvero la Seta del Mare: questo  grande mollusco bivalve produceva dei filamenti che, da ciuffi aggrovigliati, dopo paziente ed accurato trattamento di cardatura, lavaggio e filatura, potevano diventare un prezioso tessuto serico, finissimo (il cui filamento si assottigliava a 2/100 di millimetro senza perdere la sua resistenza allo strappo) dalla aurea rilucenza e dalle proprietà ignifughe. Ultimo Maestro del bisso, in Europa, resta Chiara Virgo che vive ed esercita la sua bellissima professione sull’ isola di Sant’ Antioco consegnando alla Sardegna il “titolo” di ultimo centro di lavorazione di questo antichissimo tessuto, ma in realtà, quella del Bisso, fu la più importante industria del passato della città di Taranto.

“8 Fecero il pettorale, lavoro d’artista, come l’efod: con oro, porpora viola, porpora rossa, scarlatto e bisso ritorto. (…) 43 Mosè vide tutta l`opera e riscontrò che l’avevano eseguita come il Signore aveva ordinato. Allora Mosè li benedisse.” (Pentateuco-Esodo cap. 39)   

Non è possibile datare la nascita di questa tecnica di lavorazione della Pinna Nobilis, ma si trovano passaggi in cui se ne parla già nell’ Antico Testamento, poi pare, che la tecnica di lavorazione della seta del mare, tramite i Fenici e gli Ebrei, sia arrivata ai Greci ed alle sue colonie e, dunque, a Taranto. Per ottenere filo sufficiente a realizzare tessuti o ricami per impreziosire ulteriormente gli abiti, la pesca della Pinna Nobilis era davvero intensiva e, in base alle testimonianze lasciateci da Plinio nella sua Historia Naturalis , essa avveniva per mezzo di un attrezzo detto pernilegium, il “perneutico” o “pernilego”, di invenzione tarantina  formato da due branche arcuate di ferro, congiunte ad una pertica di lunghezza variabile in base alla profondità dei fondali. Tramite questo attrezzo il pescatore riusciva ad afferrare la Pinna Nobilis e, con una rotazione del pernilegium, anche ad estrarla. Aprendo la conchiglia si potevano quindi avere, per intero, i filamenti che poi avrebbero subito una serie di lavaggi in acqua dolce, per 12 giorni. Dopo una prima asciugatura, si rilavavano in urea di vacca, in modo da schiarire e rendere più lucenti le fibre, infine esse venivano lavate con erba saponaria. Si poteva così procedere con la cardatura, che avveniva tramite una tavola chiodata prima e un cardo a spillo dopo. A questo punto si otteneva la bambagia cardata da poter finalmente filare. Per la filatura si usava il fuso tarantino o cipriota, di piombo e lungo circa 30 cm.

Importantissima era infine la colorazione e la produzione della porpora. Nella Taranto Magno-greca  questa si ricavava da due specie di murici, da una delle quali si ricavava un succo di colore turchino, dall’altra rosso chiaro. Dalla loro mescolanza nasceva una varietà di colori tutti pregiati; il più richiesto per la tinteggiatura dei tessuti più costosi era quello di colore viola.  Il color porpora si ricavava dalle ghiandole porporigene dei murici che, prelevate, venivano prima macerate sotto sale, poi allungate con acqua e bollite.

Le vesti tessute con il nobile Bisso erano preziosissime tanto da vestire esclusivamente nobili, sovrani perfino gli zar e in periodo neoclassico dettarono moda con quelle che divennero famose con il nome di  “Tarantinidie” ovvero vesti femminili molto leggere, trasparenti da lasciar intravedere i corpi e tinte o meno con la porpora, che suscitarono molto scalpore.

Il declino della lavorazione del Bisso si ebbe con l’ arrivo della seta e il suo sviluppo in Sicilia. La pesca dei Pinna Nobilis non poteva competere con la produzione quasi illimitata dei bachi da seta e il bisso andò incontro al suo declino. Come già detto, oggi unico Maestro in Europa è Chiara Virgo che, con grande rispetto del mare e del mollusco, lavora la sua seta. Dell’ antica produzione tarantina restano un centinaio di pezzi ; quelli rimasti in Italia purtroppo sono mal conservati. Di quelli custoditi nei musei stranieri possiamo ricordare un paio di guanti al Museum für Naturkunde di Berlino, prodotti dai ciuffi di Pinna Nobilis quale dono fatto dal vescovo di Taranto nel 1822 al re Federico Guglielmo II che visitò Napoli nello stesso anno. Al Field Museum of Natural History di Chicago è esposto un manicotto acquistato da Taranto nel 1893 per l’esposizione mondiale di Chicago, lavorato con la tecnica “a pelliccia”

 

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2 Risposte

  1. Massimo ha detto:

    Ora i briganti sono troppi e il mare non ce la fa più

  2. nicola magnisi ha detto:

    Non potete immaginare il dibattito che si è aperto su questo argomento sopo averlo condiviso con un’amica tarantina appassionata di biologia marina e fotografia subacquea (Rossella Baldacconi); non mi aspettavo tante reazioni e tanti commenti ad un report che per molti sarebbe banale o legato solo ad interessi naturalistici: storia, mitologia, biologia marina, artigianato, cultura, passione documentaristica, la curiosità umana che spinge alla conoscenza ed all’approfondimento… SIETE TUTTI STRAORDINARI! GRAZIE!

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