Giuditta Levato, la contadina calabrese che ‘morì per tutti’

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I decreti Gullo, dal nome del ministro dell’Agricoltura che li emanò (Fausto Gullo –Catanzaro16 giugno 1887 – Spezzano Piccolo3 settembre 1974-) nell’ ottobre 1944, furono molto complessi, ma i suoi aspetti principali possono essere così riassunti: riforma dei patti agrari, in modo da garantire ai contadini almeno il 50 per cento della produzione che andava divisa; permesso di occupazione dei terreni incolti o mal coltivati rilasciato alle cooperative agricole di produzione; indennità ai contadini per incoraggiarli a consegnare i loro prodotti ai magazzini statali, ribattezzati granai del popolo; proroga di tutti i patti agrari per impedire ai proprietari di sbarazzarsi nell’anno successivo dei loro fittavoli; proibizione per legge di ogni intermediario tra contadini e proprietari, così da eliminare nel Mezzogiorno agricolo figure di mediazione.

Nacquero, dopo la loro emanazione, svariati movimenti contadini e iniziarono, soprattutto al Sud, intense lotte per l’ occupazione delle terre incolte e per ottenere quanto previsto dalla legge. Le battaglie che iniziarono dal ’44 furono macchiate non solo dal sangue dei nostri uomini, ma anche da quello di molte donne che si ribellarono e si unirono alla lotta, la loro voce divenne ancora più forte considerando che, essere donna e contadina nella prima metà del ‘900, significava vivere una condizione di esclusione, di marginalità e di  silenzio imposto.

Come tutto il Sud anche la Calabria, nel secondo dopoguerra, era attanagliata dalla miseria e il tenore di vita era ridotto, con l’aggravarsi del fenomeno della disoccupazione. È durante questo frangente storico che si inserisce la figura di Giuditta Levato, una donna caparbia che dei movimenti di lotta sorti in Calabria ne diventa l’ emblema.

Giuditta nacque a Calabricata (all’epoca facente parte del comune di Albi e attualmente frazione di Sellia Marina) in provincia di Catanzaro il 18 agosto 1915. Suo padre si chiamava Salvatore, sua madre Rosa ed entrambi lavoravano la terra. Giuditta crebbe dividendosi tra il lavoro nei campi e le faccende domestiche. A 21 anni poi, si sposò con Pietro Scumaci; divenne madre, ma ben presto fu costretta a vestire i panni del capo famiglia, poiché la guerra chiamò alle armi il marito. Non si tirò indietro alla fatica, Giuditta: coltivò la terra, raccolse il grano e diede il pane ai propri figli in modo tale da sopperire all’ assenza del padre.

A guerra finita Pietro tornò a casa sano e salvo, ma la serenità familiare venne presto sconvolta dalle lotte per le rivendicazioni delle terre. Il Ministro Gullo era catanzarese e forse i suoi corregionali sentirono maggiormente l’ orgoglio di quella legge e non si tirarono indietro mai per farla attuare appieno. Anche a Calabricata arrivò la “redenzione del proletariato” (così come venne definita poi da Pasquale Poerio) e Giuditta Levato l’ abbracciò totalmente: si iscrisse al PCI e con la sua caparbietà fece aprire al paese la sezione del partito, poi la cooperativa e la lega. Ma Giuditta era un’ umile contadina e portò nella sua realtà anche le sue lotte politiche.

Il nuovo decreto Gullo voleva  stabilire l’eguaglianza e il diritto alla terra a tutti i cittadini. E così una mattina Giuditta Levato, già incinta di sette mesi, si recò alle terre che lei e i suoi compaesani avevano coltivato. Era il 28 novembre 1946.  Gli agrari però non avevano chinato la testa al decreto e quella stessa mattina anche uno di essi, Pietro Mazza, si recò nei campi per dire la sua, per dare una lezione ai contadini che considerava semplicemente degli “usurpatori”. Gli animi si infuocarono rapidamente e pare anche che la situazione precipitò quando alcune donne tentarono di scacciare dai campi coltivati una mandria di buoi di proprietà proprio del latifondista Mazza, nel tentativo di salvare quanto seminato. Una fucilata del suo manovale colpì in pieno addome Giuditta, che in grembo aveva una creatura quasi pronta a nascere. La donna cadde a terra all’ istante; sanguinante venne portata prima a casa e poi in ospedale.

Al capezzale della giovane lottatrice di Calabricata arrivò il Senatore Poerio al quale Giuditta disse le sue ultime parole: “Io sono morta per loro, sono morta per tutti. Ho dato tutto alla nostra causa, per i contadini, per la nostra idea; ho dato me stessa, la mia giovinezza; ho sacrificato la mia felicità di giovane sposa e di giovane mamma. Ai miei figli, essi sono piccoli e non capiscono ancora, dirai che io sono partita per un lungo viaggio ma ritornerò certamente, sicuramente. A mio padre, a mia madre, ai miei fratelli, alle mie sorelle, dirai che non voglio che mi piangano, voglio che combattano, combattano con me, più di me, per vendicarmi.  A mio marito dirai che l’ho amato, e perciò muoio perché volevo un libero cittadino e non un reduce umiliato e offeso da quegli stessi agrari per cui ha tanto combattuto e sofferto. Ma tu, o compagno vai al mio paesello e ai miei contadini, ai compagni, dì che tornerò al villaggio nel giorno in cui suoneranno le campane a stormo in tutta la vallata”

Aveva 31 anni quando morì e con Giuditta perse la vita anche la creatura che aveva in grembo. Ma la levato fu solo la prima vittima della lotta alla repressione agraria; poi la violenza dei padroni si estese nel ’47 a Petilia Policastro e nel ’49 a Melissa.

Nel dicembre 2004 l’Ufficio di Presidenza dell’Assemblea legislativa regionale intitolò l’ex sala consiliare dell’organo regionale a Giuditta Levato, “In omaggio ad una donna che è stata protagonista del suo tempo ma soprattutto in omaggio a tutte le donne calabresi abituate a lavorare sodo e spesso in silenzio. In omaggio a tutte le donne che, pur non avendo molta visibilità perché occupate nel loro lavoro quotidiano, sono uno dei pilastri fondamentali della nostra società e che, al momento giusto, com’è accaduto appunto alla contadina di Calabricata, sanno sfoderare grinta e determinazione e diventare protagoniste del loro destino”.

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3 Risposte

  1. loredana ha detto:

    meravigliose donne coraggio

  2. Loredana ha detto:

    Fiera delle donne determinate!!!

  3. Non conoscevo questa storia, ma conoscevo molto bene i patti agrari che ancora negli anni ’50 venivano stipulati nel reggino. A volte gli avvocati del sindacato, chiamati a dirimere vertenze di mezzadria da parte dei segretari di categoria, restavano scandalizzati da certe norme vessatorie che quei contratti contenevano. Probabilmente ci saranno anche delle tesi d laurea interessanti da riscoprire anche per valorizzare la figura di questa coraggiosa e forte donna calabrese.

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