Franca Viola: il suo coraggio cambiò il codice penale italiano

“Per i delitti preveduti dal capo primo e dall’ articolo 530, il matrimonio, che l’autore del reato contragga con la persona offesa, estingue il reato, anche riguardo a coloro che sono concorsi nel reato medesimo; e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali”. Art. 544

È questo l’ articolo del Codice Penale che fino al 1981 ha trattenuto l’ Italia nel Medioevo. Un articolo becero e maschilista che rimandava alla non colpevolezza perché “il fatto non sussiste” (art. 530) e che benediceva una violenza sugellandola con un matrimonio “riparatore” che violentava  ulteriormente la donna, costretta a sposare il proprio carnefice.

Nel 1981 questo articolo è stato finalmente abrogato insieme  all’ art. 587:“Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella”.  Sono stati necessari anni di lotte da parte di donne coraggiose, ma a mettere in moto tale meccanismo è stata una ragazzina di quasi di 18 anni che, nel 1966, disse per la prima volta in Italia, “NO” al matrimonio riparatore.

Franca Viola è nata ad Alcamo, in provincia di Trapani, era figlia di contadini e in segreto aveva giurato amore eterno a Giuseppe, un coetaneo figlio di amici di famiglia. Ma il nipote di un noto boss si “innamora” di lei: all’ età di 15 anni è costretta a fidanzarsi con lui, ma Franca non riesce ad essere felice e lascia Filippo Melodia che, non sopportando il rifiuto della giovane, dà fuoco al vigneto e al casolare della famiglia Viola e minaccia il padre con una pistola. Filippo sarà arrestato, ma questo gli servirà solo a covare ulteriore rancore e a pianificare qualcosa di veramente macabro.

Il 26 dicembre 1965, aiutato da 12 amici, fa irruzione in casa della famiglia Viola, aggredisce la madre e rapisce Franca e il fratellino di 8 anni, Mariano. Saranno portati in un casolare, il piccolo verrà rilasciato dopo due giorni, Franca sarà portata dopo 6 giorni (e dopo essere stata violentata verbalmente e carnalmente per giorni) a casa della sorella di Filippo.  L’ 1 gennaio 1966 il Melodia contatta la famiglia di Franca per proporre la cosiddetta “paciata”, una finta riconciliazione per mettere le famiglie di fronte al fatto compiuto e organizzare le nozze riparatrici. Bernardo Viola fece finta di accettare, ma avvisò i carabinieri che fecero irruzione in casa dei Melodia, liberarono Franca e arrestarono Filippo. Lui però era tranquillo; sapeva che, grazie all’ articolo 544, se la sarebbe cavata risolvendo tutto con il matrimonio. Franca doveva sposarsi per non essere additata come svergognata.  E invece no! Franca non si sentì mai una svergognata e al processo dichiarò: “Io non sono proprietà di nessuno, l’onore lo perde chi le fa certe cose, non chi le subisce”. E quindi rifiutò Filippo facendolo arrestare.

Il processo fu lungo e difficile in un’ epoca in cui l’ Italia era chiusa nel suo bigottismo; ma  Filippo Melodia fu condannato a 11 anni di carcere, ridotti a 10 con l’aggiunta di 2 anni di soggiorno obbligato nei pressi di Modena. Pesanti condanne furono inflitte anche ai suoi complici dal tribunale di Trapani presieduto dal giudice Giovanni Albeggiani (wikipedia). Bisogna evidenziare però non solo il coraggio di Franca Viola, divenuta da quel momento simbolo dell’ emancipazione femminile, ma anche della famiglia della giovane, soprattutto del padre che, come dichiarato dalla stessa Franca in un’ intervista a Repubblica (http://www.repubblica.it/cronaca/2015/12/27/news/_io_che_50_anni_fa_ho_fatto_la_storia_con_il_mio_no_alle_nozze_riparatrici_-130210807/) disse: «“Cosa vuoi fare, Franca”. “Non voglio sposarlo”. “Va bene: tu metti una mano io ne metto cento”. Questa frase mi disse. “Basta che tu sia felice, non mi interessa altro”. Mi riportò a casa e la fatica grande l’ha fatta lui, non io. È stato lui a sopportare che nessuno lo salutasse più, che gli amici suoi sparissero. La vergogna, il disonore. Lui a testa alta. Voleva solo il bene per me».

Il gesto di Franca Viola non rimase un caso isolato, sempre più donne iniziarono a ribellarsi, a non abbassare la testa, innescando un processo di civiltà che porterà, nel 1981, all’ abolizione degli artt. 544 e 587.

Giuseppe, l’amore infantile, l’ aspettò. Nel 1968 Franca e Giuseppe si sono sposati, hanno avuto due figli e sono arrivati anche i nipoti.

La strada per il rispetto totale della donna è ancora lunga da percorrere, tanto si è fatto, ma molto si deve raggiungere; donne coraggiose come Franca Viola hanno contribuito a superare svariati ostacoli che, come macigni, ostruivano il percorso.

« Non fu un gesto coraggioso. Ho fatto solo quello che mi sentivo di fare, come farebbe oggi una qualsiasi ragazza: ho ascoltato il mio cuore, il resto è venuto da sé. Oggi consiglio ai giovani di seguire i loro sentimenti; non è difficile. Io l’ho fatto in una Sicilia molto diversa; loro possono farlo guardando semplicemente nei loro cuori » 

130692 Total Views 24 Views Today

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *