Fimmine fimmine … la lotta delle tabacchine del Salento

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Fimmine fimmine ca sciàti allu tabaccu, ne sciàti ddoi e ne turnati a quatthru.‎
Ci ve l’ ha dittu cu chiantati lu tabaccu, la ditta nu ve da li taraletti.‎
Ca poi li sordi cu li benedicu, cu ve cattati nuci de Natale.‎

Cantavano le tabacchine del Salento. Cantavano mentre andavano al lavoro, cantavano mentre lavoravano, cantavano mentre tornavano a casa, per non addormentarsi.

Quella della lotta delle donne salentine è una storia che mi inorgoglisce. Sono cresciuta intorno ad appezzamenti di terreno coltivati a tabacco, ho giocato per strada scansando accuratamente i “talaretti” che riposavano al sole, ho visto con i miei occhi le donne che infilzavano enormi foglie di un verde brillante “all’ acuceddhra”, un ago enorme in acciaio di circa 15 cm, spaventoso. Sono nipote di tabacchina, fiera discendente di una donna che ha lottato.

Per gran parte del ‘900 il tabacco fu fonte di ricchezza e di sostentamento per le famiglie salentine. Le donne giocavano un ruolo importante, poiché con le loro mani più piccole, erano molto più abili e rapide a svolgere quelle fasi della produzione che si effettuavano manualmente. Ancora nel 1947, nelle campagne della provincia di Lecce, venivano coltivati 18000 ettari di terreno a tabacco, che veniva lavorato in circa 400 fabbriche da oltre 50000 tabacchine. Ma  l’ arrivismo dell’ uomo viaggia sempre di pari passo con lo sfruttamento che, purtroppo, non venne risparmiato alle operaie del tabacco.

Nonostante la condizione di subalternità molto accentuate, le tabacchine furono molto combattive e attive e nemmeno il Fascismo le spaventò, tant’ è che, nel 1925, a Trepuzzi manifestarono ben 500 operaie. Nel novembre del ’26 scesero in lotta le operarie di Neviano, Novoli e ancora di Trepuzzi dove  in centinaia manifestarono il proprio dissenso astenendosi dal lavoro:  a decine vennero arrestate per istigazione.  Accadde la stessa cosa a Poggiardo dove gli arresti comportarono il diffondersi del movimento e nei successivi giorni si arrivò a 200 manifestanti. Gli scioperi continuarono anche nel ’27 e, nonostante le repressioni, le proteste continuarono sia contro i contributi sindacali obbligatori, che per ottenere un aumento di salario. A Marittima, durante una manifestazione di 150 lavoratrici contro la diminuzione della mercede, 21 operaie furono arrestate per  abbandono del lavoro e con loro anche il fiduciario sindacale che, ritenuto responsabile di avere manifestato la propria solidarietà alle lavoratrici, venne immediatamente sospeso dalla carica.

Il giorno più buio nelle rivolte delle tabacchine, fu quello del 25 maggio 1935 con i Tragici eventi di Tricase, centro nevralgico di attività tabacchicola, che divenne scenario di una nota “rivolta” sorta a causa della decisione del Governo centrale di trasferire a Lecce la produzione di Tabacco. I contadini manifestarono, nonostante il fascismo. Si opponevano semplicemente a chi ignorava i loro bisogni e soprattutto la loro povertà, manifestavano contro chi si opponeva ad un’ unica certezza, ovvero l’ Acait di Tricase, un tabacchificio fondato nel 1902 per volontà dell’On. Prof. Alfredo Codacci-Pisanelli, che dava lavoro a un migliaio di persone (oltre altre svariate centinaia che lavorano nell’indotto), che permetteva, nel bene e nel male, di avere un reddito sicuro. La gente si ribellò, andarono davanti ai portoni del Comune per protestare, sconvolgendo il podestà. Nessuno avrebbe immaginato che la gente potesse ribellarsi. Vennero spacciati per antifascisti, per una rivolta contro il potere. Ma la gente manifestò per il proprio diritto di poter mangiare. La rivolta fu repressa nel sangue: il podestà, poco prima di scappare, diede ordine ai carabinieri di sparare; lo fecero e senza remore. Si sparò ad altezza uomo, colpendo indistintamente chiunque. Il risultato fu decine di feriti e cinque morte, tra cui 3 tabacchine: Cosima Panico, Donata Scolozzi e Maria Assunta Nesca. Gli arresti continuarono anche nei giorni successivi, bastava poco per essere considerati sovversivi; l’ azienda restò a Tricase, ma le tabacchine smisero di cantare.

Seguì un periodo di lotte per il Salento e, la rivendicazione delle terre incolte, culminò nel 1961 con i fatti di Tiggiano, intrecciandosi ancora con la lotta di un esercito “nuovo”, fatto di mogli, madri, sorelle e figlie impiegate nelle fabbriche di tabacco. Fu un movimento considerato atipico e all’ avanguardia per quel Sud arretrato, dove invece le donne alzarono la testa e lottarono dimostrando tutta la propria forza, per rivendicare il proprio diritto ad avere condizioni migliori di vita. Il 25 Gennaio del 1961 le tabacchine di Tiggiano assediarono la città, in segno di protesta  nei confronti dell’amministratore dei beni della Baronessa di Caprarica, nella vicina Tricase, che decise di escludere 250 tiggianesi (all’epoca un quarto della popolazione femminile), preferendo una manodopera forestiera. Le donne misero letteralmente sotto assedio il paese, le strade di ingresso al piccolo centro vennero chiuse con le barricate, la folla si spostava in continuazione dal tabacchificio al palazzo baronale, i picchetti stazionavano giorno e notte davanti al municipio ; alla fine la situazione precipitò. Le tabacchine, nei giorni successivi, arrivarono ad intrappolare le concorrenti nel magazzino mentre il paese da una parte, e le forze militari dall’altra, si preparavano ad una vera e propria guerra, “da Lecce giunsero un centinaio di soldati con 15 mezzi militari per reprimere la rivolta. La notte tra il 9 e il 10 febbraio fu quella della battaglia, con le cariche dei militari e le sassaiole di risposta della gente, che ruppe l’illuminazione pubblica per non essere vista e catturata. In piazza Olivieri i militari erano pronti a far fuoco ma in testa alla folla si misero bambini e anziani e solo per miracolo la rivolta non finì con uno spargimento di sangue. Dopo 27 giorni di sciopero le richieste delle lavoratrici vennero accolte e ritornò l’ordine pubblico tra la generale soddisfazione della popolazione e delle istituzioni. Tutte le tabacchine vennero assunte” (La Gazzetta del Mezzogiorno, 24 Gennaio 2011).

A ricordo di tutte quelle donne, compresa mia nonna, che hanno lottato per poter vedere riconosciuti i propri diritti, voglio citare Cristina Conchiglia che è diventata il simbolo delle lotte sindacali per l’emancipazione delle donne, in particolare nel lavoro agricolo, che ha lottato con passione per l’affermazione dei diritti delle tabacchine del Salento.

E lu sule calau li munti, mena patrunu facimu li cunti. E lu sule calau li risi, mena patrunu damme i turnisi. E’ rrivata la curnacchiola, dice ca è ora, dice ca è ora. S’ha npuggiata sullu pajaru, dice ca è ura né ’nde sciamu …

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Una risposta

  1. fernando montanaro ha detto:

    Per non dimenticare….Le Donne

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