D’ amore e di briganti

un romanzo di Cristiano Parafioriti

Capitolo 2 (segue a http://briganti.info/damore-e-di-briganti/ )

FUGA A TRUNGALI

Era un pomeriggio freddo e buio. Io e i miei amici del quartiere Pilieri ci trovavamo nel bosco vicino Trungali. Era un posto un po’ inquietante a causa della presenza di quella chiesa diroccata di cui, a Galati Mamertino, si raccontavano cose terribili. Ture S. che era il nostro capo, aveva deciso comunque di costruire una capanna lì vicino, accanto al piccolo torrente. Quella, secondo lui, do-veva essere una prova di coraggio. Avevamo trasportato fino a lì alcune assi di legno, un gomitolo di fil di ferro rubato a un cantiere e altri arnesi necessari allo scopo. Ci lavorammo per più di due ore, fino a quando il nostro rifugio fu pronto. Eravamo bambini e costruire una capanna nella foresta era una missione importante. Aveva-mo spade di legno, archi arrabattati con lo spago e nemi-ci immaginari; dovevamo essere, a modo nostro, impavi-di. Dopo aver sgranocchiato due nocciole e qualche castagna acerba all’interno di quel nascondiglio, ci accorgemmo che dal cielo, ancora più cupo, iniziavano a cadere dei goccioloni. Poi la frequenza della pioggia aumentò e il tetto di frasche non riuscì più a ripararci tutti. Scappammo in modo confuso e disordinato, qualcuno s’inoltrò per il bosco, altri scesero più a valle, io riparai sotto l’arcata d’ingresso della diroccata chiesa di Trungali.
Ai tremiti di freddo si aggiunsero i brividi di terrore che pian piano iniziarono ad assalirmi. I ruderi di quel tempio mi proteggevano dalla pioggia ma non dalla paura. Anzi.
Girava voce che lì vicino, secoli prima, fosse morta una giovane fanciulla. Nel tentativo di sfuggire alle grinfie del barone di Galati e padrone di quelle terre, reo di volerla possedere, la giovane era caduta rovinosamente sull’acuminato tronco di un noccioleto verde appena tagliato, trafiggendosi a morte. Il barone non era stato vi-sto da nessuno nel tentativo di violenza e la morte della giovane era passata come una fatale disgrazia. Pur impunito agli occhi degli uomini, il nobile era stato assalito dai rimorsi e nel tentativo di sgravare la sua anima aveva deciso di costruire, proprio sul luogo del misfatto, quella chiesa. Ma la decisione si era rivelata insana fin da subito, foriera di oscuri presagi e funeste sventure. Una notte d’estate, infine, era avvampato un rovinoso incendio che, partendo misteriosamente dalla chiesa stessa, aveva assalito tutto il bosco circostante. Dopo tre giorni di furibonda lotta contro le fiamme che sembravano alimentate da una forza misteriosa, il rogo si era placato, le ultime vampe erano state spente, rivelando ad alcuni contadini il corpo ormai carbonizzato del barone. La vendetta della giovane fanciulla si era, in qualche oscuro modo, del tutto compiuta.
Mentre pensavo a quella inquietante vicenda, le mie narici furono investite da uno strano fetore. Rigirai lenta-mente lo sguardo verso l’interno della chiesa e dalle frasche di ortica e zizzania si fece largo il grugno minaccioso di un cinghiale nero. Non indietreggiava alle mie grida, non arretrava di un passo, anzi, appariva chiaramente in procinto di puntarmi. E il terrore mi consumò del tutto quando si appalesò quella che prima pareva solo una pericolosa sensazione. La nidiata del cinghiale nero era lì fuori, vicino a me. Realizzai di essere nella posizione peggiore: tra la madre e i suoi cuccioli. In un baleno mi diedi alla fuga per quella che mi pareva la strada più sicu-ra, se non fosse stato che uno di quei piccoli porci selvatici decise di mettersi a correre dinanzi a me tanto da sembrare che fossi io a inseguire lui. Questo dovette credere la madre furiosa che, assicuratasi circa la sicurezza della restante prole, si lanciò alla difesa del piccolo in fuga. D’improvviso la scena apparve paradossale. Cercai di eludere il sentiero maestro, sentivo le mie braccia lacerate dai rami degli arbusti e le mie gambe riempirsi di prurito a causa delle ortiche che stavo falciando compulsivamen-te nel tentativo di salvarmi. Gli striduli gemiti del pargolo in fuga erano coperti dalle urla furibonde della madre ne-ra di pelo e di rabbia, e nessuna via per me sembrò più sicura. Ormai allo stremo delle forze, inciampai su un letto di foglie reso viscido dalla pioggia battente e, voltan-domi, capii di non avere più scampo. Ebbi solo il tempo di avvertire un colpo duro e sordo che si abbatteva su di me.

Era il contraccolpo dell’atterraggio.
Le ruote del carrello avevano toccato terra, destandomi da quello strano incubo. Guardai l’orologio: erano le 08.40. L’aereo era stato abbastanza puntuale.
Mi alzai ancora scosso dal sogno angoscioso, tirai giù il trolley dalla cappelliera e accesi il cellulare. Gli altri passeggeri fecero la stessa cosa e, dai telefoni riposizionati in modalità normale, si levò, molesto, un concerto di squilli, trilli, scampanellii. Quando si aprì il portellone, la luce di Palermo penetrò all’interno della carlinga. Poco fuori l’aereo, ancora prima di imboccare la rampa di discesa, l’aria della mia terra mi riempì i polmoni e il cuore.
Mentre mi trasferivo in pullman dall’aeroporto alla stazione dei treni, sfilò veloce accanto a me il monumento in memoria della strage di Capaci.
Che infinita tristezza! Una stele amara eretta a memoria di un dolore incancellabile, di una macchia sanguinolenta nella storia di un’isola martoriata dalla mafia.
Dopo un lungo viaggio in treno lungo le coste del Tirreno, in direzione Messina, scesi alla fermata di Sant’Agata di Militello, dove mi attendevano i miei genitori. E così imboccammo in auto una delle tante vie che conducevano sui Nebrodi.
Rividi stancamente il mio paese aggrappato alla montagna e, dopo un pasto veloce, mi addormentai, stavolta più dolcemente, cullato dall’aria di quella pallida primave-ra che ancora stentava a librarsi nell’aria, lì, a Galati Ma-mertino, in Sicilia.


Cristiano Parafioriti è nato a Sant’Agata di Militello (ME) nel 1977. Nel marzo 2014 ha pubblicato la sua opera prima dal titolo “ERA IL MIO PAESE” una raccolta di racconti con a tema le origini dello scrittore ed i ricordi della sua infanzie e fanciullezza tra le mura dell’amato paese Galati Mamertino (ME) che è stato tradotto in 14 lingue. Uno dei racconti dal titolo “Salicaria” ha ottenuto la menzione speciale Concorso Internazionale Artistico Letterario “AMBIART” IV Edizione 2014 ed ha vinto nel dicembre 2015 il secondo premio al XXII Concorso nazionale di poesia e narrativa “Anna Savoia” in San Giovanni In Croce (CR). Nell’ottobre 2015 il racconto inedito “L’amore mezz’ora prima del tramonto” ha vinto il secondo premio al XXII premio letterario nazionale “Danilo Chiarugi” di narrativa indetto dall’associazione culturale Giorgio la Pira di Ponsacco (PS) e nel maggio 2016 ha ottenuto la menzione d’onore al premio letterario internazionale “Novelle in rosa” di Induno Olona (VA). Nel maggio 2016 ha pubblicato la sua seconda raccolta di racconti dal titolo “SICILITUDINE” che è stata tradotta e pubblicata in 7 lingue.
Nel marzo 2019 è stato pubbliacato “D’amore e di briganti”, il suo
primo romanzo ambientato in Sicilia nel 1864.
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