D’ amore e di briganti

un romanzo di Cristiano Parafioriti

Capitolo 8 (segue a http://briganti.info/d-amore-e-di-briganti-6/ )

Galati, Villa Celesti in Trofillo, 23 gennaio 1864

Eufemia oggi è giunta ancora.
Abbiamo parlato, ha cambiato le bende delle mie ferite, le ho detto della mia vita, di Lena, dei fratelli che ho lasciato senza guida tra i monti.
Ha capito che ho forte in cuore il desiderio di tornare alla mia lotta. Lei si è commossa e io ho cavato dalla sua anima candida la convinzione che non ama Montes. “Non sono felice!” m’ha detto, chiedendomi di come io sia riuscito a lasciare i lussi di Lena per donarmi ancora alla macchia e alla vita nuova di oggi, così prossima al rischio di morire.
Sento che è affascinata dalle mie parole, io sono affa-scinato da lei, anche quando è silente, anche quando s’inabissa nei suoi pensieri.
Ma fra poco dovrò dirle addio!

Galati, Villa Celesti in Trofillo, 26 gennaio 1864

Un baleno, poi la caduta da cavallo, ma stanotte l’incubo non si è fermato. Improvvisamente sono balzate dal bosco quattro figure coperte da un lungo mantello nero, il capo occultato da un cappuccio. Mi hanno afferrato e trascinato. Sono stato inghiottito dalla boscaglia più fitta. D’improvviso un cancello scuro come le loro vesti si è spalancato. I diavoli neri non correvano più dietro di me.
Angoscia.
Quattro cupi fantasmi mi traevano con loro come satanassi famelici che risucchiano l’anima dannata. Eppur, se così fosse, perché vivo ancora?
O fors’erano angeli…
Misteriosi angeli della notte che strappano un nero bri-gante alla falce della morte.
Perché?

Galati , Villa Celesti in Trofillo, 27 gennaio 1864

Eufemia si è accompagnata a una triste novella.
Mi ha svelato che Donna Carolina è assalita da un male terribile e inesorabile che a ogni giorno e a ogni ora la consuma e l’avvicina alla morte. La mia ferita ha sussultato come fosse ancor lacera e sanguinolenta! Sono ricaduto sul letto affranto, mi sono dato forza e l’ho abbracciata. Si sente sola già da adesso. Chi può darle torto?
Destino ingiusto. Ma io non posso rimandare la mia dipartita. Anche se per troppo tempo ho oziato tra queste mura, oggi mi sento quasi ingrato.
Eufemia mi ha fatto promettere che ci scriveremo per non recidere questo filo sottile e debole che lei sente di speranza.
Non la deluderò in questo.

Galati, Villa Celesti in Trofillo, 30 gennaio 1864

Sono andato nascosto fino alle clarisse della badia (12).
Suor Clara Rosa m’ha visto crescere e mi parea cosa buona acchetarla (13) sulla mia sorte. Nascosta sotto quel velo e asserragliata dal voto della clausura ugualmente m’è stata madre in questi anni fin da picciolo fraticello, quando mi portavano qui i monaci a far penitenze o l’esercizi con loro. Quanto aspre mi parean quelle sbarre e quanto candido il suo viso che traspariva limpido dietro quella cella! Le sue mani, tanto sottili e profumate, m’abbracciavano e quetavano lo spirito ribelle da discolo fanciullo. In principio mi faceva dolore non poterla vedere fuori da quelle mura, non poter andar con lei alla fontana o a raccogliere l’olive come facevo co’ frati. Poi, crescendo, m’abituai ad averla sempre là, al convento e a incrociare l’occhi suoi dietro la grata all’ora dei salmi o delle recitazioni dell’Immacolata. Mi regalava sempre de’ bei panni fatti con le mani sue, e le coperte di lana che tanto facevano invidia ai frati. M’è sempre stato dolce abbeverarmi alla fonte infinita del suo affetto. M’è mancata dunque tanto in queste ultime lune. Lei certo m’aveva ammonito circa la mia tresca con Lena. Dissen-nato io che non ho ben pesato i suoi utili consigli! M’ha carezzato in volto con lo stesso affetto di tant’anni pri-ma. Ho baciato la croce di voto e di ferro avvinta al suo dito. Aveva l’occhi rigonfi di pianto a metà tra la gioja d’avermi riabbracciato e il dolore della mia sorte trista e pericolosa di brigante cacciato e fuggiasco. Conosce l’alma mia. Sa bene che mai m’arrenderò se non alla vit-toria o alla morte. E della seconda ella conserva gran pe-na e timore.
M’ha ella stessa rivelato del male di Donna Carolina e delle voci che ormai si rincorrono in paese sul mio riparo presso villa Celesti. M’ha pregato di darmi alla fuga e di tenere l’occhi e l’orecchi ben aperti.

Galati, Villa Celesti in Trofillo, 2 febbraio 1864

Ho dunque salutato tutti i miei angeli di qui, del mio paese. Già troppo hanno messo in pericolo la loro stessa vita proteggendomi. Stanotte prenderò un cavallo e salirò verso il Monte Soro a cercare i miei uomini e a ricongiungermi con loro.
Ho stretto Donna Carolina come madre, come se fosse l’ultima fiata. Lei mi ha salvato. Io non posso farlo, ma le ho promesso che pregherò per lei, affidandomi per una volta ancora al suo Dio. Eufemia aveva gli occhi rigonfi di lacrime ma è riuscita a trattenersi. “Da che fugge un brigante così coraggioso?” m’ha detto quasi in collera con me.
Quelle parole mi hanno ferito. Quell’occhi belli hanno la stessa voce delle sirene di Ulisse e, come lui, io stanot-te, legato a un cavallo furente, li trapasserò per tornare al gregge impaurito che vaga tra le cime fredde e alte.
Quel volto angelico e quella la voce sublime mi emozionano ogne fiata che sfiorano i miei sensi e il mio pensiero.

Fuggo da loro, madama Eufemia!
Fuggo benanche da te.

Poggio della Cattiva, 3 febbraio 1864

Erano lì, lo sapevo.
Ho pianto.
Erano tutti lì ad attendermi, e lo sapevo, come loro sa-pevano che io ero vivo da qualche parte e che prima o poi sarei tornato a guidarli. Questa è la mia vita, la neve che ricopre questa solenne cima stasera illumina la notte riflettendo la voce della luna pallida ma impavida come i volti accesi dei miei fratelli.
Mi hanno stretto, ci siamo stretti, tutti insieme ancora a cercare una nuova libertà per questa terra insanguinata. Il mio figlioccio Pipino, giovane e coraggioso, Riduzzo l’impavido, Ture Lumino irriverente e affettuoso, lo Scu-ro, mio amico sincero, Angiolo e tutti l’altri ancora, pronti a dare l’ultimo respiro per la Sicilia.
Già, la Sicilia!
Sono stato un giovane garibaldino. Ho lottato, ho creduto finalmente di trovare una Patria. Ho visto da vicino il Fratello di Santa Rosalia (14) e la sua grandezza, racchiusa in uno sguardo fiero e coraggioso, mi ha pervaso l’animo; ho dunque in un istante sentito tanto fervore. Ero alla rivolta di Palermo ad aprile e poi, con una marea di picciotti, mi sono unito alle camicie rosse di Marsala. E lì ho posto la mia vita per una causa che credevo do-nasse nuova linfa vitale alla mia derisa Patria. C’ero anch’io a Calatafimi alle idi di maggio, posso dire con gioja queste parole come posso affermare che anch’io sono entrato a Palermo al finir del mese, e posso ripeter-lo perfino per la splendida pugnace vittoria di Milazzo. Se n’andò quell’uomo venuto dal mare a liberare il continente e noi, camicie rosse siciliane, improvvisamente ci sentimmo più sole.
Il Generale incantato abbandonò la Sicilia e subito quella magia svanì! Votammo carte false per l’Italia che dicevano libera e liberale e divenimmo italiani d’un tratto.
E la fame di pane che avevano i siciliani? Divenne fame di pane dei nuovi italiani di Sicilia.
E il sangue sparso su questa terra per la libertà d’Italia? Scorre ancora per le vie, per le strade e per i campi, poi-ché questo è l’alto prezzo che si paga a decidere di non esser più italiani sfuggendo alla coscrizione obbligatoria imposta dai nuovi signori e alle loro nuove gabelle da canaglia che soffocano i nostri padri e i nostri figli.
Sicilia, tu, terra mia, avrai un giorno la mia anima e il mio corpo insieme, ma solo tu, perché solo te io servo. Fino ad allora io voglio sognare ancora una infinita cavalcata che mi porti sulla cima del Mongibello e da lì dritto a mirare la bellezza della Palermo, crogiolo del mondo passato e poi i templi della valle dorata e poi i faraglioni dello Ionio e poi i teatri figli della Grecia che scorrerà sempre nel nostro sangue. E poi le città sarace-ne e i castelli normanni. In questo sogno, infine, io voglio perdermi tra le onde che bagnano ovunque questo scrigno di culture, abbracciato dal mare della civiltà per poi ritrovarmi senza paura tra questi sacri boschi a riposare, certo di non levare invano la mia spada contro chi, anzitempo, questo sogno mio e di tutti i siciliani vuole infrangere e spezzare.
Sicilia, io ho paura ormai che da oggi e per sempre rimarrai solo Italia ma, infine, dopo che sei stata schiava e meretrice di tanti, questa è forse la sorte men grave. Io che ho lottato per la tua libertà solo ieri ho almeno il di-ritto di chiedere il pane oggi?
No!
La mia voce è coperta dalle grida disperate delle madri alle quali brutalmente le armi dei nuovi borboni strappano i figli. Il sangue che ora scorre è quello delle fucilazioni, rimedio barbaro e belluino che soglionsi adoperare contro chi si rifiuta di imbracciare l’arme al fianco di questa nuova “Patria” funesta.
Sicilia, io ho scelto di riconoscere te come mia unica terra e a te ho affidato la mia battaglia tra questi boschi ove anche le Muse trovano rifugio, atterrite dall’indolenza dei nuovi padroni. Queste si rivelano ogni tanto attraverso il soave canto di un usignolo nella notte che anche ai sassi addolcisce il cuore o attraverso la soavità dei paesaggi che l’inverno trascolora in un incanto di emozioni.

Poggio della Cattiva, 7 febbraio 1864

Ci cercheranno sicuramente qui a breve, quindi domani partiremo da questi rifugi poiché la morte poche volte si inganna al gioco.
Meglio non ritentare.

Capizzi, 11 febbraio 1864

Abbiamo virato a Sud.
Le guardie si inerpicano in su per i monti.
Noi voltiamo per un rifugio cittadino. Prendo a cuore di scrivere una lettera a Eufemia. Ridduzzo avrà cura di consegnarla.
Madama,
perdonatemi se ho permesso a questo mio fratello trasandato di avvicinarvi con aria sospetta, ma voi meglio di me sapete quant’è prudenza sempre poca in queste nostre vesti.
Sono giunto, come la vostra incomune intelligenza ha già compreso, lì ove ho avuto in sorte d’abitare per il resto delle mie ore di siciliano integro e puro. I miei fratelli hanno avuto gran gioja di vedermi di nuovo accanto a loro. E anche io.
Ho intraveduto i vostri sublimi occhi impauriti al mio congedo ed è mia immaginazione che voi temiate ampiamente per la vostra povera madre, sappiate che dai miei furtivi rifugi io prego ogni giorno nella speranza che voi possiate riaverla in salute quanto prima. Ah, quanto vorrei poter donare la mia stessa vita se ciò potesse giovare a salvar-la!
Vi scrivo perché è tanta la gratitudine che io ho per voi che avete curato le mie ferite di carne e perché sento mio dovere di curare le vostre di spirito per quello che io posso tra queste sperdute cime.
È mia speranza secreta anche quella di poter rivedere voi. Benché ciò somigli a una follia ulteriore che pone a rischio la mia maldestra vita, ma sopr’ogni bene la vostra, pura e candida, di roseo presente e di splendente futuro. Perdonatemi an-cora di questa irriverenza e abbiate cura di custo-dirvi sempre gentile come siete.
P.S.: Abbiate suprema cura di abbruciare queste parole che non cadano in mano ostili a me e soprattutto a voi.

Capizzi, 16 febbraio 1864

Ho avuto risposta!
È stata dolce e severa.
“Parla da brigante qual sei e non da notabile. Chiama-mi Eufemia!” Questo m’ha chiesto! Mi ha anche parlato della sua grande ammirazione per il mio coraggio, forse perché ho fatto qualcosa che lei da tempo ha in cuore di fare.
Donna Carolina peggiora e ciò mi rende supremamente affranto. Dovrò cercare in qualche modo di vederla ancora, di portarle la mia gratitudine, anche perché, in verità, io vorrei nuotare ancora nell’occhi suoi. Oggi sono entrato da solo nel Santuario di San Giacomo, il protettore di questa città, com’anche della mia. Ho rigettato il mio sguardo in quello del santo. Anche questo simulacro penetra il cuore. Ho pensato ai tempi andati, alla spensierata gioventù a Galati, alle Feste d’Agosto con la fiera delle bestie, col paese addobbato al divertimento e alla spensieratezza. Ne è rimasto solo un ricordo sbiadito. Null’altro sarà più. Che questa vita mi privasse di tan-te altre vite era in conto, ma a volte fa male. Come san Giacomo, ramingo e pellegrino per amore dei tanti Cristi traditi di queste città siciliane, depredate della loro dignità da padroni che non sono mai mutati in sé, pur cam-biando l’abito e la maschera. Era sempre caldo quando portavano in processione il santo a ringraziarlo del raccolto passato e ci benediceva tra gli strepiti festosi di noi bimbi allegri, e quell’allegri giorni mi facevano dimenticare la mia vita brulla di trovatello senza famiglia, allevato al chiuso d’un convento e destinato al sajo. Ora è silenzio e buio attorno a me. Come stamane, tra le fredde mura di quel santuario, specchio di un Dio immoto nel tempo, forse freddo alle nostre preghiere accorate.
Forse tutto è invano?
Il nostro sangue, il fuoco delle armi, le mogli vedove, i figli orfani, le madri piangenti. Tutto sarà cenere un giorno.

12. Trattasi molto probabilmente della Badia di Sant’Agata, abitata dalle clarisse. Fu costruita intorno al 1630 dal barone Pietro II Squiglio e poi completata da Don Antonio Amato, secondo principe di Galati. Sorgeva attaccata alla chiesa dell’Assunta dove oggi è posto il Munici-pio.
13. Tranquillizzarla.

14 Giuseppe Garibaldi, che nell’affermazione del suo mito venne consi-derato in possesso di poteri pressoché divini, fu fatto oggetto di pre-ghiere sul modello del Pater Noster e arrivò perfino a essere ritenuto fratello di Santa Rosalia (Andrea Noto, Corriere.it del 23.10.2010).


Cristiano Parafioriti è nato a Sant’Agata di Militello (ME) nel 1977. Nel marzo 2014 ha pubblicato la sua opera prima dal titolo “ERA IL MIO PAESE” una raccolta di racconti con a tema le origini dello scrittore ed i ricordi della sua infanzie e fanciullezza tra le mura dell’amato paese Galati Mamertino (ME) che è stato tradotto in 14 lingue. Uno dei racconti dal titolo “Salicaria” ha ottenuto la menzione speciale Concorso Internazionale Artistico Letterario “AMBIART” IV Edizione 2014 ed ha vinto nel dicembre 2015 il secondo premio al XXII Concorso nazionale di poesia e narrativa “Anna Savoia” in San Giovanni In Croce (CR). Nell’ottobre 2015 il racconto inedito “L’amore mezz’ora prima del tramonto” ha vinto il secondo premio al XXII premio letterario nazionale “Danilo Chiarugi” di narrativa indetto dall’associazione culturale Giorgio la Pira di Ponsacco (PS) e nel maggio 2016 ha ottenuto la menzione d’onore al premio letterario internazionale “Novelle in rosa” di Induno Olona (VA). Nel maggio 2016 ha pubblicato la sua seconda raccolta di racconti dal titolo “SICILITUDINE” che è stata tradotta e pubblicata in 7 lingue.
Nel marzo 2019 è stato pubbliacato “D’amore e di briganti”, il suo primo romanzo ambientato in Sicilia nel 1864.
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