D’ amore e di briganti

un romanzo di Cristiano Parafioriti

Capitolo 7 (segue a http://briganti.info/d-amore-e-di-briganti-5/ )

DIARIO DEL BRIGANTE GIOVANNI DARCO

Galati, Villa Celesti in Trofillo, 7 gennaio 1864

Chi sono?
Ecco la prima domanda che ho rivolto stamane allo specchio che mi fissava. Ho incrociato il mio sguardo spento con quello di un altro uomo riflesso, pallido anch’egli. Ero io quell’uomo allo specchio! Un rivolo di luce penetrava da oriente e indorava la stanza di questa casa di un’alba ignota e confusa. Dove sono? Ecco la seconda domanda che ho palesato stamattina alla luce che denudava le mie ferite lancinanti. Nella camera: un letto regale, panneggio sopraffino, tendaggi luminosi, tappeti di Persia. Avrei potuto trovarmi in una stanza del Paradiso, ma nella mia vita non ho meritato di certo il Cielo. E ancora, un settimino di ciliegio pregiato, qualche sedia intarsiata, un enorme dipinto della Sacra Famiglia che sovrasta il mio capezzale e un soffitto affrescato e ador-no di riccioli barocchi. “No, no” mi sono detto, “questa è ancora una vita che non ha conosciuto la morte!” Ero vivo, ma dov’era la morte che mi inseguiva? Adesso ricordo. La morte. Che cos’è la morte? Per un brigante, la morte è solo un alito di vento. Ella soffia leggera ogni giorno e ogni notte. Passa in rassegna la brigata e sceglie i più deboli e a poco a poco li divora conquistandoli con le sue muse: Paura, Tormento, Insonnia. Io sono suo nemico. Ogni giorno, levandomi dal giaciglio, fisso negli occhi ogni mio compagno e cerco di scacciare le paure che lei vi ha riposto. Quella cupa femmina questo lo sa, quindi ha rivolto a me le sue brame. Ha adoperato l’inganno più sottile, ha usato Lena Cammarata. Ne ero l’amante e l’ho lasciata. Ha legato al suo amo una ultima notte di calda passione prima del mio ritorno alla macchia. Un dolce addio, ecco ciò che quella donna mi ha chiesto a saldo del mio ripudio per lei. E io, ingenuo, ho ceduto a lei e alla mia cupidigia lussuriosa.
A notte alta ho sellato il cavallo e ho raggiunto la sua bella villa al centro di Tortorici. La mia cecità non ha po-tuto scorgere l’inganno nascosto dietro la sua sensuale avvenenza. La bontà del vino e delle sue curve mi hanno del tutto inebriato i sensi, tanta è stata la passione! Poi, nell’abisso del sonno, è arrivata la sferza improvvisa e miracolosa di un Dio che oggi ha scelto di salvarmi. Ho proteso la mano, Lena non c’era. Perché?
Un balzo felino a guardare dalla finestra, l’avvertivo. Una banda di uomini armata stava penetrando già nella calda dimora, aperta tradimentosamente alla loro ferocia. Una sola via, il cornicione alto, il pergolato e un cavallo benedetto. Un balzo rapace sul picciotto che mi è parso più debole a scansarlo dal puledro e la via del bosco. Salvifica.
Gli armamenti tuonavano dietro di me, pallettoni veloci mi rasentavano il fianco, poi un piombo m’ha trapassato la spalla.
Lo sento ancora, perdo sangue!
Mi sono voltato una ultima fiata (11) a fissare lì, sul luminoso davanzale, l’ombra di quella femmina di morte che mi indicava da lontano. Il suo sguardo mi penetra ancora e sanguina di rabbia più di questa ferita. Troppo tardi hai librato la falce assassina contro chi non ti ha amato mai e ora puoi ben annegare tra le ricchezze a cui io un benedetto dì rinunciai per queste notti insonni tra i tanti letti che mi offre la foresta benigna.
Donna avida!

Hai giocato le tue carte insanguinate, eppure, improvvisamente, un angelo mi ha salvato. I servi fedeli di que-sta casa di Galati hanno sentito gli spari e hanno raggiunto la foresta. Dicono di avermi trovato sepolto nella neve, svenuto, perdevo tanto sangue e per cristiana pietade hanno deciso di salvarmi dalla vicina morte.
Dopo quattro giorni (almeno credo), passati col corpo su questo grande letto baldacchinato e con la mente in un altro mondo, stamattina mi sono svegliato sorpreso d’avere ancora con me la vita addosso. Donna Carolina Celesti, la padrona di questa reggia mi ha accolto dicendomi che chi sceglie di fare il brigante, piuttosto che il mantenuto, deve avere molto fegato e delle buone ragioni. In realtà, lei sa tutto di me, perché la macchia dà presto fama, ha uno sguardo severo come di una donna che sa il fatto suo, a volte incute quasi timore. Non so ancora cosa deciderà di fare di questo derelitto e sono ancora debole per decidere da solo, anche se i miei uomini mi attendono sui monti. Per loro, più che per me, io temo oggi. Ho una pallottola in spalla, sono debole ma al sicuro. Per un prezzo abbastanza basso, oggi ho riscattato la mia libertà e la mia vita. Le ho chiesto solo questo taccuino perché ho sempre avuto brama di scrivere. Confesso a queste carte i quotidiani peccati di questa mia breve vita. Poi, vinto dal timore che mani avverse possano leggere de’ miei compagni e degli amici, per non trarli in pericolo, io scarnifico i miei scritti e li abbrucio.

Galati, Villa Celesti in Trofillo, 9 gennaio 1864

La ferita migliora, ma sono assalito dalle febbri.
Sono ben medicato, oggi un garzone fidato mi ha rivelato che in paese in molti sanno dell’accaduto e gioisco-no per la mia repentina fuga dalla morte, anche se nessuno sa di questo mio rifugio perché tutti pensano ch’io sia ancor già con i miei uomini.
Ahi, quanto vorrei essere in verità con loro! Anche solo per prestare il mio braccio d’arme alla causa comune. Per colpa mia ancora di più adesso li stanno cacciando come un branco di lupi raminghi e non voglio che per tale cagione pur uno solo di loro ci lasci la pelle. Dovrò tener modo di dar loro coscienza della mia condizione di non morto e di nemmeno tanto vivo.
Adesso, però devo calmare i miei spiriti e attendere miglior guarigione. La notte, però, sento ancora gli uo-mini di Lena che mi inseguono nel sonno.

Galati, Villa Celesti in Trofillo, 12 gennaio 1864

Gli incubi stanno sparendo, riesco ad alzarmi.
Oggi, per la prima fiata, ho rivisto la mia Galati. Il colore rossiccio dei tetti assale gli occhi di un fuoco che m’arde il cuore. Mi è tornata alla mente la villa della mia fuga e ho pensato come quella, per due volte, ha rischiato di essere la mia ultima dimora. Potevo, in primo, scegliere di vivere con Lena Cammarata per sempre, quindi imprigionare il mio cuore ai suoi piedi, lasciare i miei uomini al loro destino, quindi continuare a vivere da schiavo nella mia terra, quindi ogni giorno un po’ morire. Potevo poi, quella dannata notte, giacere qualch’istante di più sul letto del tradimento ed esser vittima della mia cecità, morire senza amare e senza combattere, lasciando agli altri questa lotta che più di tutti è mia!
Oggi rammento quegl’istanti e mi rallegro d’avere an-cora questa vita attaccata addosso. Eppure c’è uno spazio vuoto nella mia mente, un buco nero, nero come una notte senza luna. Se provo a ricordare è come se io stesso richiamassi i fantasmi, che non tardano di certo ad arrivare.
Leggo la mia fuga, la seguo per un tratto, ma poi mi perdo. A un punto buio, tutto si fa buio, sento solo il tonfo sordo della caduta da cavallo e mi chiedo ancora quale sorte benigna mi ha trascinato qui, in questa enorme casata dall’altra parte di quella vallata!
Mi chiedo come mai gli uomini di Donna Carolina era-no lì nella notte! Così lontani dal loro mandamento? Che importa; oggi posso solo dire che questa è stata la mia fortuna, dalla via del bosco tratto in questa casa misericordiosa, sottratto a quei cani famelici.

Galati, Villa Celesti in Trofillo, 15 gennaio 1864

Ho palesato questi miei pensieri a Donna Carolina. Lei, legata com’è a Dio, mi ha detto solo che quand’Egli decide di salvare qualcuno ha sempre mezzi infallibili e ottime ragioni per farlo.
Non so, ma questa risposta non ha fatto altro che infittire i miei dubbi, o forse sono solo io figlio ancora di qualche delirio come se non mi bastasse l’essere stato strappato alla morte. Vorrei ringraziare i miei angeli salvatori, ma sembra volermi proteggere anche da loro. Nessun altro entra in questa stanza, eppure penso che se quegli uomini mi hanno trovato, a oggi, sanno ancora che dimoro tra queste mura. Se avessero voluto intascare la mia taglia, lo avrebbero fatto da un pezzo. Ma forse è giusto seguire la sua cautela. Forse dovrei veramente e soltanto ringraziare Dio, e lo andrò a cercare dove sono certo di trovarlo. Egli è là ad attendermi tra i monti e le foreste di questa mia terra martoriata. Quel Dio si chiama “ribellione”, lotta ai nuovi padroni, perché io credo che se c’è un altro Dio, quello di cui tanto si parla nelle chiese, di certo avrebbe salvato almeno una fiata questa isola infelice dalla ennesima barbarie e dai novi sciacalli. Io credo in quel Dio, ma è un credere debole. No! Il mio Dio è fuoco vivo che brucia nelle vene dei veri siciliani, che li trascina ardenti tra le sorgenti dei fiumi e le cime degli alberi di pino.
Solo quel Dio ha potuto volere la mia salvezza.
Nessun altro.
E, principalmente, nessun altro Dio.

Galati, Villa Celesti in Trofillo, 19 gennaio 1864

Una voce soave ha aiutato la ferita a sanarsi.
Ero appeso alla mia solita finestra e, da lontano, tra la polvere che si alzava, è sorto un purosangue bianco e radioso cavalcato da una giovine angelica che poi ho compreso essere la figlia di Donna Carolina.
Con destrezza, è balzata via dallo splendido esemplare, ha salutato i garzoni della villa e ha guadagnato l’ingresso. Quella voce soave s’è incastrata dentro di me.
Donna Carolina era via dalla tenuta e per un attimo ho paventato che la giovine arrivasse fino alla mia stanza. Quindi ho subito ripiegato nel letto poiché non volevo essere visto così malandato. Ho finto un profondo son-no, seppur vigile.
Ella è giunta, ne ho ancora nelle narici la fragranza, è rimasta impietrita davanti all’uscio della mia dimora, poi, presa di coraggio, si è avvicinata per scrutarmi meglio.
Ho udito il suo respiro a pochi palmi dal mio volto, m’ha guardato di certo incuriosita, poi ho scorto l’ombra della sua mano allungarsi verso questo quaderno che sbucava dal mio cuscino. L’ho afferrata. Terrorizzata, ha eluso la mia debole presa ed è corsa verso la porta quasi travolgendo la povera Donna Carolina che v’era appena sopraggiunta.
La vegliarda ha spiegato tutto alla figlia, l’ho compreso fra i loro bisbigli. Hanno atteso un po’ prima di entrare entrambe al mio cospetto. Ho ultimato la mia finzione e ho quindi potuto stringere la candida mano della giovane che ha in nome Eufemia.
I nostri guardi fusi l’un nell’altro a studiarci e scoprirci erano contornati dalle parole di Donna Carolina, poi il fulmine dopo il sereno: la bella è moglie di Gepi Montes di Nicosia, un altro di quei tanti signorotti arricchitisi alle spalle dei siciliani, pronto a cambiar rotta a ogni alito di vento! Ahi, quante volte l’ho già avversato! Il suo viso, però, ha fatto trasparire un sicuro imbarazzo circa il suo nobile uomo. Se n’è andata poi, lasciando il suo profumo tenue a riempire la stanza.
Ho palpitato.
Donna Carolina, rimasta meco, m’ha rassicurato che il genero nulla sa della mia presenza a Villa Celesti. È a Palermo per questioni d’affari e poi rincaserà a Nicosia. L’ho creduta. Se m’avesse voluto male sarei già sotto coazione con le catene al calcagno e pronto per il ploto-ne già da un pezzo.

11. Un’ultima volta.


Cristiano Parafioriti è nato a Sant’Agata di Militello (ME) nel 1977. Nel marzo 2014 ha pubblicato la sua opera prima dal titolo “ERA IL MIO PAESE” una raccolta di racconti con a tema le origini dello scrittore ed i ricordi della sua infanzie e fanciullezza tra le mura dell’amato paese Galati Mamertino (ME) che è stato tradotto in 14 lingue. Uno dei racconti dal titolo “Salicaria” ha ottenuto la menzione speciale Concorso Internazionale Artistico Letterario “AMBIART” IV Edizione 2014 ed ha vinto nel dicembre 2015 il secondo premio al XXII Concorso nazionale di poesia e narrativa “Anna Savoia” in San Giovanni In Croce (CR). Nell’ottobre 2015 il racconto inedito “L’amore mezz’ora prima del tramonto” ha vinto il secondo premio al XXII premio letterario nazionale “Danilo Chiarugi” di narrativa indetto dall’associazione culturale Giorgio la Pira di Ponsacco (PS) e nel maggio 2016 ha ottenuto la menzione d’onore al premio letterario internazionale “Novelle in rosa” di Induno Olona (VA). Nel maggio 2016 ha pubblicato la sua seconda raccolta di racconti dal titolo “SICILITUDINE” che è stata tradotta e pubblicata in 7 lingue.
Nel marzo 2019 è stato pubbliacato “D’amore e di briganti”, il suo primo romanzo ambientato in Sicilia nel 1864.

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