D’ amore e di briganti

un romanzo di Cristiano Parafioriti

Capitolo 4 (segue a http://briganti.info/d-amore-e-di-briganti-2/ )

VERITAS

Sono sicuro che un giorno scoprirò il recondito motivo per cui la stessa marca di caffè, bevuta al Sud, ti inietti in corpo una dose di caffeina che sembra tripla rispetto a quella della Lombardia. Sarà l’acqua, sarà l’aria, sarà un qualche strano subconscio psicologico, ma l’effetto di un sorso è pari a quello di un secchio d’acqua gelato sbattu-to in faccia all’improvviso.
Calogero Bau fu puntuale. Solito, ennesimo caffè e solita sigaretta, dopodiché ci incamminammo verso l’archivio. Durante il breve tragitto mi apparve in lonta-nanza la sagoma ormai cadente della chiesa di Trungali, che mi riportò all’incubo del giorno prima. Era sembrato tutto così reale al punto che, soltanto al ricordo, fui percorso da un fremito di paura.
Gli uffici dell’archivio erano posti in uno scantinato freddo e umido; non credo sia cambiato molto da quella volta. Non batte mai il sole ed è praticamente alla periferia del paese. Non invidio chi ci lavora come non lo invi-diai all’epoca. Almeno, ad attendermi allora, trovai Ba-stiano Montagna che, oltre ad essere un mio caro amico di vecchia data, scoprii essere anche un impiegato di quell’ufficio. Ci salutammo affettuosamente, sapeva già del mio arrivo e dopo alcune chiacchiere sui tempi andati mi condusse nel locale dove erano conservate le carte più vecchie risalenti all’Ottocento. Vi trovai atti di nascita e di morte, registri di matrimonio, vari altri fogli slegati e molti plichi alla rinfusa. Per usare un termine tecnico, i registri ufficiali erano quasi tutti infolio come dimensioni tipografiche, un formato tipico per quell’epoca. Erano stati sigillati con dei legacci in misura di uno per ogni lato del carteggio, l’anno di riferimento di ogni registro era scritto in facciata con un lapis blu.
Mi sedetti e iniziai a scartabellare atti e documenti. Quasi tutti constavano di una base prestampata, mentre le parti variabili erano tutte compilate a mano. Cavai un anno a caso, il 1856. Il corsivo della scrittura mi apparve armonioso, capii subito che chi aveva compilato quei documenti anagrafici aveva appreso la calligrafia sui banchi di scuola, un lusso da signori per l’epoca. Infatti, dalle firme apposte in calce agli atti, appurai che a redigere i registri era stato proprio il sindaco del tempo che rivesti-va anche il ruolo di Ufficiale dello Stato Civile. Ero già a conoscenza del fatto che allora la mia Galati era solo “Galati” senza l’appellativo “Mamertino”, che era stato apposto nel 1912 (1), ma non sapevo appartenesse al di-stretto di Patti. Poco male. Mi imbattei invece in amene curiosità. Scoprii che l’abitato aveva in parte gli stessi quartieri di adesso, che alcuni cognomi non erano ancora diffusi o che altri invece nel tempo si sarebbero persi; lessi della presenza di un settore tessile particolarmente prolifico, tant’è che molte donne alla voce “professione” risultavano, infatti “filatrici”.

Assieme ai registri ordinari, alcuni anni possedevano in allegato un registro straordinario detto “dei proietti”. Non sapevo nemmeno cosa significasse la parola “proietti”. Da una rapida ricerca sul cellulare, scoprii che i proietti erano semplicemente i “trovatelli”, neonati abbandonati alla nascita per vari motivi: indigenza, povertà o, ahimè, anche solo perché indesiderati. Per sopperire umanamente e cristianamente a questo fenomeno, il comune di Galati aveva alle dipendenze tale Anna Guarne-ra, quale “levatrice e pia ricevitrice dei proietti”. Nel quartiere della Panetteria esisteva, dunque, una ruota pub-blica per la ricezione dei trovatelli e una campanella di avviso (2). Anna Guarnera, la pia ricevitrice appunto, ai rintocchi della campanella, veniva svegliata e allertata della presenza di un infante abbandonato. Si precipitava a raccoglierlo, lo accudiva fino al mattino e poi si recava in Comune. Qui, insieme al Sindaco e a qualche testimone, si procedeva alla ricognizione sommaria dello stato di sa-lute dell’infante e alla sua registrazione ufficiale. Lo stes-so giorno il parroco della Matrice, alla prima messa, impartiva il battesimo imponendo un nome scelto dai presenti (ove il neonato non fosse stato trovato con qualche biglietto che ne suggerisse uno in particolare). Il registro dei proietti, dunque, raccoglieva i verbali che l’Ufficiale dello Stato Civile compilava per ogni ritrovamento di neonato, che fosse vivo o (purtroppo) anche morto. L’atto era quasi tutto compilato a mano con il solito corsivo armonioso (3) e per tale motivo alcune parti risultano di difficile lettura, ma ciò non inficiava più di tanto la comprensione d’insieme.
Giacomo Maggiore, Salvatore Mundi, Giulia Condelli, Caterina Fragale, Anna Santalucia, erano alcuni dei fanta-siosi nomi che, in assenza di ulteriori indicazioni, venivano assegnati ai trovatelli al momento della registrazione.
Lasciai l’archivio intorno alle 11.45, i registri ripetevano sempre le stesse cose, cambiavano soltanto i nomi e poco altro. Alla fine, considerai, erano pur sempre dei semplici registri anagrafici poco dissimili da quelli odierni.
Tornato a casa, trovai la tavola già imbandita, il freddo mi aveva fatto bruciare molte calorie e, ancor prima che fosse giunta tutta la famiglia, divorai famelicamente un numero indefinito di calde e croccanti polpette di patate e di frittelle di cardi di cui, ancora oggi, ricordo il fragrante odore.
Dopo pranzo la stanchezza si fece sentire, ma non ebbi tempo di appisolarmi poiché verso le tre e tre quarti fui svegliato da un messaggio di Bastiano Montagna. Mi chiese se poteva metter via i registri che avevo consultato o se fossi passato ancora a guardare altro. Ma che altro c’era da visionare? In effetti, mi tornarono in mente al-cuni malloppi ammassati alla rinfusa, slegati, senza date precise. Il freddo aveva forse fiaccato anche la mia curio-sità, eppure decisi di concedermi un altro pomeriggio di studio. Alle quattro e mezzo mi recai nuovamente all’archivio. Non avevo alcuna intenzione di tirar fuori altri scatoloni ammuffiti dagli scaffali, poiché, tra l’altro, erano talmente intrisi di umidità che avrebbero rischiato di sfaldarsi. Lo stanzino dove erano riposti era illuminato da una lampada fioca e tremolante. Immaginai che l’aria malsana stesse corrodendo anche i contatti elettrici e mi aiutai dunque con la funzione “torcia” del mio cellulare. Il disordine imperversava, le scatole erano stracolme di atti, successioni, raccolte di decreti borbonici, codici ormai ridotti a brandelli, collezioni di leggi, statuti, concessioni, scritture private. Bastiano mi portò invece un bel libricino pergamenato. Lo prelevò da una scatola di libri di chiesa, o almeno così mi disse. In effetti, una cassa di legno riposta in un angolo buio conteneva contratti, atti di donazione, testamenti, lasciti, insomma una serie di documenti alla rinfusa ma chiaramente riferibili a uffici liturgici e argo-menti ecclesiastici e non al carteggio civile comunale. C’erano anche messali, libretti di preghiere, un settecentesco Importanti discorsi per l’esercizio delle bona morte di tale Giuseppe Antonio Bordoni, un testo in latino Epitome thoelogiae moralis ad confessariorum examen expediendum, opera di Michele Manzo edita a Napoli presso la tipografia di Pasquale Tizzano (datata 1836), un Ristretto di mistica dot-trinale di Padre Giannotti da Perugia (metà ‘700), una corposa raccolta di prediche scelte del padre Da Loiano edito a Napoli nel 1827.
Mi colpì in modo particolare una serie di tomi biblici con copertina in pergamena e fregi dorati sul dorso, facenti parte della Sacra scrittura giusta la Vulgata edita in lin-gua latina e volgare, colle spiegazioni del senso litterale e spirituale, tratte da’ santi padri e dagli autori ecclesiastici, dal signor le Maitre de Sacy prete edita a Napoli nel 1786 presso Gaetano Castellano. Mancavano molti tomi, anche perché, quest’opera appariva veramente colossale. A una prima analisi la raccolta completa poteva constare di almeno quaranta volumi. Ne recuperai solo una dozzina ma bastarono a condurmi alla prima importante scoperta. Al-meno quei testi (ma immaginai anche gli altri libri di chiesa) provenivano dalla scomparsa Badia di Sant’Agata di Galati che, un tempo, aveva ospitato un ordine di suore clarisse. Notai che all’interno di ognuno dei tomi super-stiti si ripeteva sempre la stessa, inquietante nota manoscritta:
Sor Clara Rosa Girgentani Custos Veritatis (4)
Di quale verità poteva essere custode questa clarissa agrigentina? Potevo solo sperare di carpire qualcosa dagli altri tomi. Li tirai fuori dalla cassa uno a uno e li riposi sulla scrivania dell’archivio; chissà dopo quanto tempo stavano rivedendo la luce solare! Ce n’erano dodici, alcuni incredibilmente ben preservati come il Tomo XIII contenente i due libri dei Parapolimeni o il Tomo XIV dei profeti Esdea, Neemia e Tobia. Di altri, invece, lo stato di conservazione risultava compromesso e l’umidità cui erano stati esposti per chissà quanti anni ne aveva au-mentato il processo di deperimento. Dopo una prima analisi, mi rigettai stanco sulla sedia poiché, anche solo leggere per dieci minuti quelle pagine, mi procurò una certa fatica, i caratteri erano generalmente molto piccoli forse per rendere il libro più minuto e tascabile, e alcune grafie risultavano molto difformi dallo stile attuale (la lettera “s”, ad esempio, era impressa con carattere di stam-pa più simile a una odierna “f”). I fogli, lisi e sottili, erano umidi e quasi attaccati l’un l’altro. Pur avvinto dalla stanchezza, mi colpì, però, il taglio di piede (5) di uno dei tomi; aveva infatti la particolarità di smezzarsi in due tonalità di colore assolutamente diverse, una prima metà più con-forme alla cromaticità del libro e una parte (successiva) più scura e usurata. Aprii il testo, era il Tomo X del Testamento Nuovo che contiene l’Epistola II di San Paolo ai Corinti e l’Epistola ai Gàlati.
Rimasi di stucco.
In luogo della nota manoscritta presente sugli altri testi, qui vi era impresso un ritaglio rettangolare che recitava: Ex Libris u.J.d. a. Raymundi M.Musumeci Paroch. s.J.b. Syracusis.
Mi accorsi al tatto che in realtà si trattava di una cartula stesa successivamente e, ponendo leggermente la pagina all’esposizione solare, notai che sotto quel pezzo di carta vi era scritto qualcosa. Ma, al momento, non potei armeggiare troppo il testo per liberare la scritta nascosta né consultarlo. Gli impiegati bazzicavano attorno alla mia stessa scrivania, potevo attirare la loro curiosità. Inoltre, staccare la cartula senza rovinare la scritta sottostante richiedeva un lavoro certosino e la necessità di usare utensili che non avevo con me. Con il sopraggiungere dell’imbrunire si fece buio e venne l’ora di sloggiare. Ep-pure la curiosità ormai mi divorava. Con la scusa di ri-porre i tomi nella cassa di legno, tornai nello stanzino buio. Gli altri tomi tornarono al loro lungo riposo, men-tre il Tomo X “decise” di venire con me.
Fui scorretto e me ne rammarico, ma a distanza di tan-to tempo confesso che lo rifarei.

(1)D.M 17 maggio 1912, secondo quanto riportato da padre Gaetano Drago in Galati Mamertino e la Calacte di Ducezio, Roma, Tipografia Artistica, 1959, p. 60.

(2)Da quello che successivamente scoprii anche grazie a qualche testi-monianza orale tramandata nel tempo, si sapeva che la ruota era posi-zionata nella parte interna di una finestrella con una grata in ferro a maglie larghe, affacciata sulla piccola piazzetta. Era fatta di legno ed era in pratica un cilindro rotante diviso in due parti e chiuso da uno sportello; il cilindro ruotava intorno a un perno centrale e una volta “esposto” il neonato al suo interno, lo “proiettava” dall’esterno verso l’interno della casa.

(3)Molto simile al font “Vivaldi” o “Vladimir Script” presente oggi in Windows Office.

(4)Suor Chiara Rosa agrigentina custode della verità.

(5)Il taglio di piede di un libro è lo spessore delle pagine che costituisco-no la base del libro posto nel senso di lettura.


Cristiano Parafioriti è nato a Sant’Agata di Militello (ME) nel 1977. Nel marzo 2014 ha pubblicato la sua opera prima dal titolo “ERA IL MIO PAESE” una raccolta di racconti con a tema le origini dello scrittore ed i ricordi della sua infanzie e fanciullezza tra le mura dell’amato paese Galati Mamertino (ME) che è stato tradotto in 14 lingue. Uno dei racconti dal titolo “Salicaria” ha ottenuto la menzione speciale Concorso Internazionale Artistico Letterario “AMBIART” IV Edizione 2014 ed ha vinto nel dicembre 2015 il secondo premio al XXII Concorso nazionale di poesia e narrativa “Anna Savoia” in San Giovanni In Croce (CR). Nell’ottobre 2015 il racconto inedito “L’amore mezz’ora prima del tramonto” ha vinto il secondo premio al XXII premio letterario nazionale “Danilo Chiarugi” di narrativa indetto dall’associazione culturale Giorgio la Pira di Ponsacco (PS) e nel maggio 2016 ha ottenuto la menzione d’onore al premio letterario internazionale “Novelle in rosa” di Induno Olona (VA). Nel maggio 2016 ha pubblicato la sua seconda raccolta di racconti dal titolo “SICILITUDINE” che è stata tradotta e pubblicata in 7 lingue.
Nel marzo 2019 è stato pubbliacato “D’amore e di briganti”, il suo primo romanzo ambientato in Sicilia nel 1864.
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