Cesare Vanini l’ Anticristo, il filosofo del Salento

“Certamente fu più facile bruciare Vanini che riuscire a confutarlo; perciò, dopo che gli fu tagliata la lingua, si preferì la prima cosa”

( Arthur Schopenhauer)

Giulio Cesare Vanini l’ eretico, l’ anticristo, l’ irrequieto, il provocatore.

Giulio Cesare Vanini il martire della filosofia.

Giulio Cesare Vanini  filosofo, medico, naturalista libero pensatore , fra i primi esponenti di rilievo del libertinismo erudito.

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Nato a Taurisano (Lecce), nel 1603 Giulio Cesare Vanini prese i voti con il nome di fra Gabriele nel convento napoletano del Carmine Maggiore e, qualche anno più tardi, il 1° giugno 1606, conseguì la laurea in utroque iure presso il Collegio dei dottori, annesso allo Studio partenopeo. Dopo il febbraio del 1610 si trasferì a Padova nell’intento di seguire i corsi accademici in teologia o forse in artibus, ma il 28 gennaio 1612 le sue aspettative furono bruscamente interrotte da un grave provvedimento disciplinare del generale dell’ordine carmelitano, Enrico Silvio, che mirava a relegarlo in un oscuro convento del Cilento. Vanini preferì tentare la fuga in Inghilterra. L’8 luglio del 1612 Vanini pronunciò nella Mercers’ Chapel l’abiura del cattolicesimo, ma un anno dopo chiese al Papa l’assoluzione in foro fori, la liberazione dai voti della religione del Carmelo e la possibilità di vivere in abito secolare o sacerdotale. Il pontefice concesse il perdono previa comparizione spontanea e formale abiura della religione anglicana. In seguito a queste concessioni, Vanini venne arrestato in Inghilterra, processato davanti alla High commission per aver avuto contatti con i cattolici imprigionati a Newgate, di aver tacciato di antitrinitarismo e di arianesimo il calvinismo e il puritanesimo britannico e di essere miscredente per aver lasciato nella sua cella i libri di Niccolò Machiavelli e di Pietro Aretino «super institutiones» . Fuggito, il Vanini si recò prima a Genova e poi a Lione. Cercò protezione e successo negli ambienti di corte e nei circoli libertini di Parigi. Grazie al clima di libertà intellettuale riuscì a scrivere il De admirandis naturae reginae deaeque mortalium arcanis (I meravigliosi segreti della natura, regina e dea dei mortali). Nell’ opera il Dio cristiano è solo un “garante” che «consente che  tutto scorra secondo l’ ordine naturale», dove la Natura è vista come realtà meravigliosa e misteriosa, è lei la Dea dei mortali in quanto generatrice della vita. Per il Vanini, dunque, l’ unica legge è quella della Natura, le altre, ovvero le religioni storiche, non sono che “finzioni ed illusioni”.

Non stupisce dunque che la facoltà teologica della Sorbonne non gradisca questo approdo esplicito del Vanini al naturalismo e che intervenne con una sentenza di condanna. Costretto a cercare un rifugio più sicuro, Vanini si trasferì nella cattolicissima Tolosa che gli riservò la tragica fine. Arrestato il 2 agosto 1618 e deferito alla Cour de Parlement, il 9 febbraio 1619 fu condannato sotto le vesti di Pomponio Usciglio, forse perché la corte si convinse che il nome Giulio Cesare fosse stato adottato dal filosofo per erigersi a novello Cesare, conquistatore delle Gallie al verbo dell’ateismo. In quello stesso giorno nella Place du Salin il boia eseguì scrupolosamente la sentenza: gli strappò la lingua, lo impiccò alla forca e infine lo bruciò sul rogo. In punto di morte esclamò con fierezza: “Andiamo, andiamo allegramente a morire da filosofo”.

Nella documento della sua condanna a morte si legge: “S’è deciso che il suddetto processo è in condizione di essere giudicato definitivamente senza ulteriori informazioni circa la verità delle obiezioni e, ciò facendo, la Corte ha dichiarato e dichiara il detto [Vanini] colpevole e convinto dei crimini di ateismo, bestemmia, empietà ed altri eccessi risultanti dal processo. Per punizione e riparazione dei quali ha condannato e condanna il suddetto [Vanini] a essere consegnato nelle mani dell’esecutore dell’alta giustizia, il quale lo condurrà su di un carro, in camicia, avendo una corda al collo e un cartello sulle spalle, recante queste parole: ‘ateista e bestemmiatore del nome di Dio’; e lo condurrà davanti alla porta della Chiesa metropolitana di Santo Stefano, ove, stando in ginocchio, con la testa e i piedi nudi, tenendo in mano una torcia ardente, domanderà perdono a Dio, al Re e alla Giustizia per le suddette bestemmie e successivamente lo porterà nella Place du Salin, e lo legherà a un palo che vi sarà piantato, gli taglierà la lingua e lo strangolerà, e dopo il suo corpo sarà bruciato sul rogo che ivi sarà apprestato e le ceneri gettate al vento; la Corte ha altresí confiscato e confisca tutti i suoi beni, che, tolti i costi della giustizia e riservate le tasse, andranno a profitto di chi ha subito spese”.

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Aveva solo 34 anni. Morì 19 anni dopo Giordano Bruno.  Considerato semplicemente un bestemmiatore, Cesare Vanini scalfì il sapere teologico medievale attraverso un razionalismo radicale divenendo eversivo nei confronti dei valori di tradizione cristiana. Dio e Natura non possono prescindere, il mondo non ha avuto origine per creazione, ma è eterno ed è governato da leggi immutabili; arrivò a dire che anima e spirito sono mortali e addirittura ad anticipare Darwin ipotizzando che l’ uomo discende dalla scimmia.

In Lezioni di storia della filosofia Hegel definì il Vanini “Martire della filosofia”, la cui vicenda divenne un punto di demarcazione nella storia del pensiero, che la ragione umana non potesse più ignorare la verità una volta presane coscienza. Vanini rappresenta “un rivolgersi del razionale, del filosofare contro la teologia”.

A Taurisano è possibile visitare casa Vanini trasformata in un centro studi e in una biblioteca a lui dedicata.

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Una risposta

  1. Maurizio ha detto:

    La verità ci rende liberi

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