‘A Madonneja di Pizzo Calabro, tra leggenda e religiosità

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“Nostromo!”
“A lli cumanne vuoste, Capitanio! Mal’aria e bà!”
“ Tiempo ‘a perdere non ce n’è”

“ Guagliú, curríte. Faciteve curaggio: ‘a Maronna ‘a Catena nce aiuta […] Guagliú, facímmece annòre: simmo Napulitane!”
“ Símmo Napulitane! Sciosciasciò!”

[da La Tempesta di E. De Filippo]

L’imbarcazione si dirigeva verso il porto di Sant’ Eufemia, al largo della Calabria. D’ improvviso il cielo si fece scuro, il vento iniziò a soffiare sempre più forte, il cielo in tempesta convinse le onde a gonfiarsi fino ad aizzare il mare burrascoso.  Ai marinai di Torre del Greco, insieme al loro Capitano, non rimase altro da fare che pregare. La Madonna di Piedigrotta era lì a guardarli e, con la sua benevolenza, ora li avrebbe condotti in salvo. Chiesero alla Vergine protezione, promettendole una cappella a Lei dedicata se avessero superato la tempesta. La nave scompariva tra le onde, il vento non ebbe nessun riguardo e  soffiando sempre più forte scaraventò tutti sulle ripide scogliere, trasformando l’ imbarcazione in un cumulo di macerie.

La tempesta finì. I marinai persero la nave, ma erano vivi e, nello stupore generale, notarono che anche il quadro della Madonna uscì intatto dalla burrasca.

No, non si tratta della trama della Tempesta eduardiana, trasposizione della più celebre opera di Shakespeare, ma è la leggenda pizzitana di un nubifragio avvenuto nel ‘600 che spiega la creazione della Chiesetta di Piedigrotta di Pizzo Calabro, la cosiddetta “Madunneja”. I marinai napoletani crearono una cappella votiva che risultò subito troppo esposta alle mareggiate e così, gli scalpellini del posto, che su quel tratto di costa si recavano per tagliare i blocchi di calcarinite, posero il quadro in una grotta dentro cui erano soliti ripararsi in caso di pioggia. Ma, nonostante il riparo, ben due mareggiate spostarono il quadro della Vergine riadagiandolo nel punto in cui fu trovato dopo la prima tempesta. Gli scalpellini considerarono il fatto non una coincidenza, ma il volere della stessa Madonna e così, di fronte a quel punto, iniziarono a “picconare” una grotta preesistente dove collocare l’ Effige sacra. Continuarono ad ingrandirla in svariate occasioni dando sempre più una forma concreta alla Chiesetta di Piedigrotta.

Intorno al 1880, il gestore di una cartoleria del paese rimasto affascinato dai racconti dei pescatori, decise di rendere ulteriore omaggio alla Vergine. Si tratta di Angelo Barone che, aiutato dal figlio, scolpì i blocchi di calcarinite presenti nella grotta per raffigurare statue rappresentati la vita di Gesù e dei Santi. Alla morte di Angelo, Alfonso suo figlio, continuò a lavorare all’abbellimento di Piedigrotta per altri 40 anni aggiungendo  altri gruppi di statue, capitelli con deliziosi serafini, bassorilievi con scene sacre, statue prodigiose come il San Giorgio che uccide il drago e il San Francesco di Paola. Alfonso dimostrò questa devozione alla Vergine fino alla sua morte.

Ma una storia bella non può finire così e nel racconto si aggiunge il ritorno al paese natio del nipote di Angelo e Alfonso, che anni prima emigrò in Canada. Si chiamava Giorgio Barone, era anche lui scultore e  si era recato a Pizzo per trascorrere due settimane di ferie, ma, dopo aver visitato la grotta, restò al paese due anni e restaurò completamente il lavoro dei suoi due predecessori.  Per poter lavorare, Giorgio e i suoi  allievi riducevano la roccia autoctona in polvere, la impastavano con una certa quantità di calce, cemento bianco e grigio e rinforzavano con dei ferri, detti comunemente in edilizia “tondini” , gli arti o le strutture di  alcune statue.

Nonostante sia un sito religioso, questo luogo è pura magia. La roccia nuda piena di conchiglie, le profondità complesse e ben articolate dalla maestria degli scalpellini, le statue, i chiaroscuri degli affreschi, i colori cangianti e i minerali che al tramonto riflettono i raggi del sole fanno esplodere all’ improvviso il misticismo del posto, rivivendo come in un film la leggenda, il lavoro degli scalpellini e la devozione degli scultori. Oggi “A Madonneja” è il primo monumento in Calabria per continuità e numero di presenze ogni anno, tra le più suggestive in Italia e nel mondo tanto da esser definita da qualcuno la “massima espressione della religiosità nel Sud Italia”.

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