2 Dicembre 1943: L’inferno al porto di Bari

…solo i militari ricevettero cure superficiali, i civili furono abbandonati a loro stessi.

Il bombardamento di Bari. Foto d'epoca.

Il bombardamento di Bari. Foto d’epoca.

Un’altra pagina di storia negata! Nessuna traccia sui libri di storia. Ogni tanto ne spunta una.
Per non far soffrire una persona cara, a volte, si decide di risparmiarle il dolore nascondendole la verità… ma quanto ci vogliono bene?
Siamo di nuovo nel Sud dell’Italia, questa volta il periodo storico non è il Risorgimento, ci troviamo in piena seconda guerra mondiale.
È il 2 dicembre del 1943 e alle 19,25 la gente di Bari è intenta a terminare la giornata, ignara che, di lì a poco, il porto, zeppo di navi alleate, salterà letteralmente in aria.
L’autorità portuale è sotto il comando inglese, che ritiene assurdo un attacco della Luftwaffe. Invece, 105 bombardieri JU-88 Junker della 2^ Luftflotte del Fedelmaresciallo Wolfram von Richtofen prendono d’assalto il porto.
17 saranno le navi affondate.
Per la gravità del fatto, quello di Bari è conosciuto come il peggior disastro navale della seconda guerra mondiale, dopo l’attacco di Pearl Harbor, in cui le navi demolite furono parimenti 17. MA CON UNA FONDAMENTALE DIFFERENZA: A PEARL HARBOR NON C’ERA LA “JOHN HARVEY”, nave battente bandiera statunitense che trasportava un carico segreto: 2000 bombe M47A1 all’iprite (quasi 10 tonnellate).
L’iprite è un gas venefico che a contatto con la pelle mangia letteralmente i tessuti e provoca bolle, vesciche, ustioni, piaghe talmente gravi da portare alla morte.
Quando la John Harvey viene centrata esplodendo, sono le 19,50, molte delle bombe caricate nella sua stiva sono proiettate in alto e, a causa dell’alta temperatura scoppiano lasciando scivolare il potente aggressivo chimico nelle acque del porto, le bombe non scoppiate si sparpagliano sui fondali e sono tante.
L’iprite ormai è mischiata alla nafta incendiata che galleggia sull’acqua e il fumo che ne scaturisce è un potente veleno.
Grazie al vento, che improvvisamente cambia direzione allontanando i fumi, alla città di Bari è risparmiata una sorte assai più terribile. Le vittime accertate, fra militari e civili, sono più di 2.000.
I feriti militari trovano soccorso nel Policlinico gestito dalle forze neozelandesi, ma vengono curati in modo superficiale, ignorando del tutto i medici la presenza dell’iprite. Per i civili non ci sarà spazio neanche per cure sommarie, e saranno lasciati al loro nero destino.
Nel 1925, con il trattato di Ginevra, la comunità internazionale, visti gli effetti devastanti ne vietò l’uso, ma non la produzione; era previsto, infatti, il diritto di rappresaglia con iprite in caso di utilizzo per primo dello stesso da parte del nemico.
Per questo gli alleati mantennero il segreto sulla presenza della potente arma chimica, per non fornire pretesti ai tedeschi, impedendo le necessarie cure e diagnosi alle migliaia di militari e cittadini che vennero a contatto con il micidiale gas.
Ma la tragicità del fatto non si esaurì con i decessi e le sofferenze di quanti si trovarono lì quel 2 dicembre 1943, il disastro chimico-ambientale era stato appena innescato. Questo non solo grazie agli alleati, ma anche all’Italia fascista dei Savoia che non era stata da meno: il regime mussoliniano ha lavorato alacremente alla produzione di armi chimiche e batteriologiche.
Sia i tedeschi che gli americani, con il permesso degli italiani, si sono sciacquati le mani nel nostro mare.
Hitler, ai suoi soldati in ritirata, ordinò che l’arsenale chimico dei Savoia fosse distrutto al largo di Pesaro per impedire che gli alleati potessero impadronirsene. E questi ultimi affondarono il loro, gigantesco, per evitare di riportarselo a casa (troppo pericoloso) nelle acque di Manfredonia.
Altrettanto fecero a Ischia e Napoli (documentazione di Washington), medesimo copione sul litorale di Molfetta, dove recentemente alcuni pescatori entrati a contatto accidentalmente con bombe inesplose hanno riportato ustioni gravi (secondo i dati ufficiali, in questi 70 anni, sono almeno 232 i pescatori contaminati e di questi 5 sono deceduti).
Negli archivi di Stato baresi è possibile leggere i rapporti della questura di Bari sugli affondamenti segreti operati dagli inglesi nel 1945 – 46 a poca distanza dalla costa barese.
La bonifica di queste zone non è mai stata portata a termine a causa della vastità dell’ area interessata… però a Molfetta almeno c’è un cartello consumato dal tempo su cui è scritto “DIVIETO DI BALNEAZIONE”… e mi vien da ridere… forse no, da piangere.

(Fonti: G. Zaffieri, G. Lafirenze, A. Di Giacomo, G. Lannes)

 

18947 Total Views 1 Views Today

Potrebbero interessarti anche...

Una risposta

  1. licia ha detto:

    ho letto questa storia nel libro “mare nero” di gabriella genisi pochi giorni fa. non ne sapevo nulla e, anche se raccontata in un libro non storico, descrive benissimo la storia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *